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L’economia mondiale in 5 grafici

Uno sguardo all’andamento del sistema economico globale attraverso cinque grafici che tracciano quattro variabili fondamentali: 1) crescita della produzione; 2) crescita degli scambi commerciali internazionali; 3) prezzi delle materie prime; 4) mercati finanziari.

 

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La crescita dell’economia mondiale è oggi più lenta rispetto al periodo pre-crisi, ma anche ai primi due anni di ripresa. (GRAFICO 1 – cliccare sul grafico per visualizzarlo correttamente).

A partire dal 2011/2012 si è verificato un rallentamento della crescita nelle economie emergenti, e in particolare nei cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). India e Cina mantengono comunque una crescita economica elevata, anche se inferiore rispetto ai livelli senza precedenti (e probabilmente non sostenibili a lungo) degli ultimi 15 anni. In Brasile è invece in atto una vera e propria stagnazione, dovuta al crollo degli investimenti privati e al declino del prezzo delle materie prime che il paese esporta. La Russia sta entrando in una dura crisi economica, causata dal crollo del prezzo del petrolio e dalle sanzioni dei paesi occidentali.

La crescita delle economie avanzate ha invece accelerato negli ultimi due anni, a causa di una robusta ripresa in USA e UK. L’Eurozona, tuttavia, rimane in stagnazione, per via delle politiche di austerità che si è auto-inflitta. In Giappone – dopo un ritorno alla crescita nel 2013 dovuto a politiche economiche espansive – il 2014 ha visto il ritorno della recessione, probabilmente generata da un prematuro cambio di segno della politica fiscale, che quest’anno è tornata restrittiva (in particolare ci sono stati due forti aumenti della tassazione sui consumi). 

Coerentemente con l’andamento dell’attività economica, la crescita del commercio mondiale ha attraversato una fase di progressivo rallentamento negli ultimi tre anni. Come avvenuto per il PIL globale, la seconda metà del 2013 aveva visto un’accelerazione, sfumata però nei mesi successivi. Le prospettive sulle dinamiche commerciali si sono raffreddate molto negli ultimi mesi. (GRAFICO 2).

Dopo l’impennata dei primi anni Duemila, i prezzi delle materie prime sui mercati internazionali si sono stabilizzati, con una leggera tendenza al declino, a partire dalla seconda metà del 2011. Nel secondo e terzo trimestre 2014 il trend declinante si è rafforzato, trasformandosi in una netta discesa dei prezzi. In particolare sta crollando il prezzo del petrolio, la cui discesa per ora sembra molto più ripida di quanto suggerito dalle previsioni FMI (GRAFICO 3). Negli ultimi anni, i prezzi delle materie prime sono entrati in una fase di moderazione per due principali ragioni: il rallentamento della crescita economica e il forte aumento della produzione di materie prime energetiche degli Stati Uniti, reso possibile dallo sfruttamento di fonti non convenzionali (shale gas e shale oil). Negli ultimi mesi le aspettative riguardo politica monetaria e tassi di cambio degli investitori finanziari, che oggi controllano in larga parte i mercati delle materie prime, hanno probabilmente contribuito in modo decisivo al crollo dei prezzi delle materie prime.

I mercati finanziari hanno giocato un ruolo centrale nell’attuale accelerazione della crescita di alcuni paesi avanzati (USA in primis). Wall Street ha fatto registrare un nuovo boom a partire dal 2011/2012. (GRAFICI 4). Il nuovo boom finanziario USA non appare pienamente giustificato dall’andamento dell’economia reale. Secondo alcuni riflette gli alti tassi di profitto (dovuti al ridotto potere contrattuale dei lavoratori) e l’accumulo di liquidità da parte delle imprese (queste stanno infatti trattenendo gran parte dei profitti realizzati nel proprio bilancio invece di effettuare investimenti produttivi). Tuttavia appare probabile che abbia giocato un ruolo anche la politica monetaria iper-espansiva. Federal Reserve e Bank of England hanno infatti inondato l’economia di liquidità (tramite l’acquisto di titoli di Stato con moneta di nuova creazione – il cosiddetto ‘quantitative easing’). Questa ondata di liquidità, probabilmente, è stata utilizzata in larga parte per acquistare asset finanziari, gonfiandone così il valore.

I paesi emergenti hanno ricevuto forti flussi di capitali in entrata subito dopo la crisi (2009-2011), ma poi questa dinamica è rallentata bruscamente, per via della forte ripresa di USA e UK e dell’aspettativa che la Federal Reserve inizi gradualmente a rialzare i tassi d’interesse negli USA.

I mercati finanziari europei hanno avuto invece un andamento più incerto, segnato da una ulteriore crisi tra il 2010 e il 2012, legata alla possibilità di una rottura dell’Unione Monetaria. I mercati azionari europei si sono ripresi a partire dall’estate 2012, dopo che la BCE ha dichiarato la propria disponibilità a fare ‘qualsiasi cosa sia necessaria’ per preservare l’unione monetaria (cioè a fare da prestatore di ultima istanza acquistando titoli di Stato in caso di necessità). Oggi tuttavia i mercati finanziari europei sono di nuovo in ribasso, a causa della possibilità di nuove elezioni in Grecia, che secondo gli investitori potrebbe aumentare il rischio di deflagrazione dell’Unione Monetaria Europea. La crisi finanziaria dell’Eurozona sembra poter riemergere da un momento all’altro.

Ci sono oggi tre importanti fattori di rischio che potrebbero avere (e forse stanno già avendo) forti conseguenze negative sui mercati finanziari internazionali: una recrudescenza della crisi dell’Euro; il crollo del prezzo del petrolio (che mette in difficoltà grandi imprese energetiche quotate in Borsa); il ritiro delle misure di quantitative easing della Federal Reserve, che provocherà un rialzo del costo del credito e quindi una riduzione dell’incentivo agli investimenti finanziari. 

Se la Cina e l’India si deindustrializzano

L’aumento della quota di PIL mondiale prodotta al di fuori delle economie occidentali è probabilmente il fenomeno più importante che ha interessato il sistema economico globale negli ultimi quindici anni. Il termine BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) è stato coniato per indicare i più importanti tra quei paesi che stanno sperimentando un rapido processo di sviluppo economico. Tuttavia la ‘convergenza’ di queste economie verso i livelli di reddito delle economie mature (USA, Europa, Giappone) non è un processo meccanico. Si tratta di un fenomeno storicamente e socialmente determinato, non lineare e sopratutto incerto. 

I casi storici di successo nella convergenza – cioè i casi di paesi che dopo una prima fase di industrializzazione hanno mantenuto una crescita rapida, fino a raggiungere livelli di sviluppo economico comparabili a quelli dei paesi occidentali – si contano sulla punta della dita; sono tutti in Asia e sono caratterizzati da forti specificità storiche e geopolitiche: si tratta in sostanza del Giappone e delle cosiddette Tigri Asiatiche (Hong Kong, Singapore, Malesia e Taiwan). Vari paesi sono invece rimasti ‘intrappolati’ su un livello di reddito più basso, senza riuscire ad affrancarsi dalla dipendenza dalle economie avanzate e dai problemi tipici delle economie in via di sviluppo (si pensi ad esempio ai paesi dell’America Latina).

Una delle incognite che gravano sul percorso di crescita delle attuali economie emergenti riguarda la capacità di realizzare fino in fondo un processo di industrializzazione. L’attuale contesto globale tende infatti ad ostacolare la nascita di tessuti industriali nazionali e a indurre una ‘deindustrializzazione prematura’, cioè un declino del peso del manifatturiero sull’economia, solitamente a favore dei servizi, in paesi che non si sono ancora pienamente industrializzati. Il caso più importante è probabilmente quello dell’India(1), in cui la quota del manifatturiero fa registrare un chiaro trend di declino, nonostante il paese sia ancora in una fase iniziale dello sviluppo economico.

LA ‘DEINDUSTRIALIZZAZIONE PREMATURA’

Tradizionalmente lo sviluppo economico, nei suoi primi stadi, si poggia su una forte industrializzazione. Solo in una fase più avanzata, quando i processi di urbanizzazione e di trasformazione delle strutture socio-economiche sono giunti a maturazione, l’industria inizia gradualmente a perdere peso in favore dei servizi, producendo una deindustrializzazione. Questa ‘parabola’ è stata seguita da tutti i paesi che hanno conseguito con successo il processo di sviluppo economico: Europa Occidentale, USA, Giappone e le c.d. Tigri Asiatiche. Tuttavia gli attuali paesi emergenti stanno registrando un’industralizzazione minore rispetto alle esperienze storiche appena menzionate. Addirittura alcuni stanno vivendo una prematura fase di deindustrializzazione(2).

Per ogni dato livello di sviluppo, oggi i paesi emergenti tendono a specializzarsi meno nell’industria rispetto al passato. Il picco dell’industrializzazione viene raggiunto prima e a un livello inferiore. Come si vede nel grafico, nel periodo recente la deindustrializzazione tende a cominciare quando il peso del settore sull’economia è ancora relativamente piccolo (altezza sull’asse verticale che tende a ridursi) e il PIL pro-capite è ancora basso (area delle bolle sempre minore).

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PERCORSI STORICI

Quando gli USA iniziarono a ‘deindustrializzarsi’ negli anni ‘60, avevano raggiunto un reddito pro-capite di quasi 20.000 dollari (ai prezzi del 1995) e oltre 1/3 della forza lavoro era impegnata nell’industria, 1/4 nel manifatturiero. La Corea del Sud iniziò a registrare una transizione verso i servizi nel 1989, con un PIL pro-capite di quasi 10.000 dollari (prezzi 1995) e un peso occupazionale dell’industria del 36% circa, mentre il manifatturiero da solo rappresentava il 27% circa. Tuttavia oggi un paese come l’India, con un reddito pro-capite di appena 1.160 dollari l’anno (prezzi 1995), meno di 1/4 della forza lavoro assorbita dall’industria, e solo 1/10 nel manifatturiero, ha già cominciato a far registrare segnali di deindustrializzazione da alcuni anni.

La scarsa disponibilità di statistiche rende difficile inserire l’economia cinese in questo confronto. Tuttavia secondo i dati della Banca Mondiale la Cina non sarebbe per ora coinvolta dal fenomeno. Al contrario, in Cina la quota dell’industria sul PIL appare ancora in crescita, probabilmente per via di un forte intervento statale nell’economia e nei processi di sviluppo, che ha guidato e incentivato l’industrializzazione più che in altri paesi. Tuttavia secondo alcune fonti(3), nonostante la tenuta dell’industria nel suo complesso, l’occupazione nel settore manifatturiero cinese avrebbe iniziato già a declinare dalla seconda metà degli anni ’90, quando occupava circa il 17% della forza lavoro.

I PERICOLI DELLA DEINDUSTRIALIZZAZIONE

Per i paesi in via di sviluppo – India in primis – la deindustrializzazione prematura rappresenta un problema economico e sociale rilevante. I servizi, nelle loro molteplici declinazioni, e le industrie leggere e tecnologiche, appaiono meno adatti dell’industria tradizionale ad assorbire la manodopera non qualificata – condizione necessaria per ridurre la disoccupazione strutturale e mettere in moto quei cambiamenti nella struttura sociale, territoriale ed instituzionale che rappresentano l’essenza dello sviluppo economico. Inoltre è nel manifatturiero, sopratutto in quello votato all’export, che avviene il trasferimento di tecnologie dalle economie mature, permettendo un processo di convergenza verso livelli più alti di reddito. Appare difficile, al momento, immaginare una strategia di sviluppo efficace e socialmente sostenibile che non passi per  una forte fase di industrializzazione. Una delle maggiori sfide di questi anni, per i paesi emergenti, sarà quella di sostenere il processo di industrializzazione in un contesto globale che tende ad ostacolarlo.

LE CAUSE DELLA DEINDUSTRIALIZZAZIONE PREMATURA: DOMANDA ESTERA, GLOBALIZZAZIONE E POLITICHE

Perché oggi i paesi a basso reddito si specializzano meno nell’industria? La struttura della domanda globale gioca sicuramente un ruolo. Le esportazioni trainano lo sviluppo, e oggi la domanda dei paesi avanzati richiede meno beni industriali e più servizi. Anche all’interno del settore industriale, si riduce la domanda di beni manifattureri tradizionali, ad alta intensità di manodopera,  a favore di beni con un maggiore contenuto tecnologico e cognitivo. In altre parole, un processo di dematerializzazione dell’attività economica è in atto.

Ma alla base del fenomeno della deindustrializzazione prematura ci sono sopratutto i cambiamenti nelle strutture d’offerta e nelle politiche industriali che hanno caratterizzato l’attuale fase di globalizzazione. La riduzione dei costi e della velocità di trasmissione delle informazioni consente alle industrie transnazionali di coordinare processi produttivi le cui varie fasi sono dislocate in regioni diverse del globo. Allo stesso tempo le barriere ai movimenti di merci e capitali sono state progressivamente abbattute. Così oggi per molti paesi in via di sviluppo industrializzazione non significa più nascita di un tessuto imprenditoriale interno e di un insieme di imprese nazionali, competitive sui mercati esteri e in grado di rifornire il mercato interno, come è accaduto ad esempio in Giappone e nelle cosiddette ‘Tigri Asiatiche’. Piuttosto si tratta di attirare parti dei processi produttivi globali, quelle che richiedono più intensità di manodopera, grazie a un basso costo del lavoro. Ma in questo modo, quando la crescita economica genera un incremento del livello dei salari, il paese rischia la ‘fuga’ degli impianti produttivi, la deindustrializzazione per l’appunto: le fabbriche possono essere delocalizzate verso paesi in cui i salari sono ancora più bassi. Ovviamente questo accade più facilmente se il paese non ha approfittato dei proventi della crescita per investire nella costituzione di un tessuto produttivo nazionale e di una forza lavoro qualificata.