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Domanda autonoma, crescita ed investimenti

Recenti lavori empirici hanno mostrato l’impatto recessivo delle politiche di austerità. Hanno anche dimostrato che per identificare relazioni causali in macroeconomia servono buoni ‘strumenti’. Questo articolo racconta un lavoro in corso, nel quale cerchiamo di misurare l’impatto della domanda autonoma (spesa pubblica ed export) sulla crescita e sugli investimenti.

[di Daniele Girardi e Riccardo Pariboni]

 

  1. Recenti sviluppi del dibattito sull’austerità: implicazioni di policy e lezioni per la macroeconomia applicata

Recenti lavori empirici, a partire da uno studio realizzato nel 2011 da tre economisti del Fondo Monetario Internazionale [1], hanno mostrato in maniera convincente come misure di consolidamento fiscale abbiano un effetto fortemente e univocamente negativo sull’economia. Questi studi hanno assestato un durissimo colpo, almeno negli ambienti accademici, alla favola della ‘austerità espansiva’, secondo la quale l’austerity beneficierebbe la crescita trasmettendo fiducia al settore privato. I tre ricercatori dell’FMI hanno sottoposto a riesame critico alcuni precedenti lavori, secondo i quali il moltiplicatore fiscale sarebbe negativo e quindi l’austerità favorirebbe la crescita – con particolare riferimento a un influente studio pubblicato nel 2010 dagli economisti italiani Alberto Alesina e Silvia Ardagna.[2] Guajardo, Leigh e Pescatori (autori dello studio FMI) mostrano che questi risultati ‘pro-austerità’ sono fortemente distorti, perchè non tengono conto di quella che gli economisti chiamano ‘endogeneità’. Il termine tecnico non deve spaventare, perchè la sostanza è semplice: le misure di austerità tendono ad essere imposte durante la fase più negativa del ciclo economico, quando il deficit pubblico raggiunge il suo picco. E le recessioni cicliche tendono ad essere seguite, ‘per costruzione’, da un ritorno alla crescita. Se non si tiene conto di questo nel misurare l’impatto dell’austerità, si confonde una ripresa di tipo ciclico con un fantomatico ‘effetto positivo’ dell’austerità – anche quando l’austerità ha al contrario indebolito tale ripresa.

Nel tentativo di ovviare a questo problema, gli economisti FMI hanno usato un approccio di tipo ‘storico-narrativo’: analizzando documenti di policy identificano episodi in cui politiche di consolidamento fiscale sono state attuate per motivi puramente politici-ideologici, e non in reazione ad una contrazione dell’economia. Questi episodi, essendo presumibilmente esogeni rispetto al ciclo economico, consentirebbero di stimare il reale impatto dell’austerità. Nel gergo degli economisti, questi episodi di austerità ‘esogena’ sono utilizzati come una ‘variabile strumentale’ per stimare il moltiplicatore della politica fiscale. Un successivo paper, realizzato dai macroeconomisti americani Oscar Jordà e Alan Taylor, ha ulteriormente raffinato la tecnica dal punto di vista econometrico.[3] Questo metodo alternativo, ragionevolmente considerabile più corretto, pur se applicato esattamente allo stesso campione usato dagli studi ‘pro-austerità’, produce risultati radicalmente diversi: l’effetto dell’austerità sull’economia è nettamente e univocamente recessivo. Secondo i risultati di Jordà e Taylor, un consolidamento fiscale di un punto di PIL riduce il reddito nazionale dell’1,1% nei successivi quattro anni in un’economia in piena occupazione, e del 2,5% in un paese in recessione. Il moltiplicatore della politica fiscale è maggiore di uno.

Il messaggio – oltre a quello, fondamentale, di policy – è che metodi standard che gli economisti usano da decenni (come ‘controlli lineari’ e modelli VAR) non sono in realtà adeguati nei lavori di macroeconomia applicata: servono strategie esplicite per evitare la distorsione da endogeneità. In gergo econometrico, servono buone ‘variabili strumentali’, per identificare variazioni esogene nelle variabili di cui si vuole valutare l’impatto.

 

  1. La domanda autonoma e il modello del ‘Supermoltiplicatore’

Stimolati da questo dibattito, abbiamo cercato di usare questo tipo di approccio per stimare il moltiplicatore della cosiddettà ‘domanda autonoma’, che comprende la spesa pubblica ma anche altre componenti. L’obiettivo principale del nostro esercizio è di sottoporre a verifica empirica il modello del Supermoltiplicatore Sraffiano (Serrano, 1995; Freitas e Serrano, 2015). In breve, secondo questo modello, prodotto e reddito di un paese sono guidati dalle componenti autonome della domanda aggregata: spesa pubblica, esportazioni e consumo autonomo (tra cui l’acquisto di case), quest’ultimo finanziato dall’emissione di nuovo credito. L’intuizione è piuttosto semplice: nell’ambito di una visione Keynesiana della crescita, secondo la quale è la domanda che determina l’offerta, all’interno della domanda aggregata stessa si possono distinguere due componenti. Una parte è indotta, segue cioè l’andamento del reddito interno: l’investimento, effettuato per dotare l’economia dello stock di capitale necessario a soddisfare la domanda attese, ed i consumi finanziati da salari e profitti. Un’altra parte è invece autonoma e determina l’andamento del reddito interno: esportazioni, che dipendono principalmente dal reddito dei paesi che importano i prodotti nazionali; la spesa pubblica, che rappresenta una misura discrezionale di policy; i consumi autonomi, finanziati attraverso la creazione ex nihilo di nuovo debito.

 

  1. Correlazione di lungo periodo tra domanda autonoma e PIL

La Figura 1, qui sotto, mostra che in prima battuta la crescita di lungo periodo della domanda autonoma appare fortemente correlata alla crescita del PIL nel nostro campione (composto da cinque paesi OCSE: USA, Francia, Germania, Italia e Spagna; vedi Girardi e Pariboni, 2015 per tutte le informazioni relative alla costruzione del dataset). Il grafico mette in relazione le variazioni decennali del PIL e della domanda autonoma nei cinque paesi considerati.

 

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Figura 1: Correlazione tra variazioni decennali del PIL e della domanda autonoma

 

Quella mostrata in Figura è però una semplice correlazione: non dimostra alcun nesso di causalità. Potrebbe essere la crescita economica a determinare la crescita della domanda autonoma; o fattori terzi potrebbero influenzare entrambe le variabili. Per questo motivo il nostro obiettivo è di stimare il moltiplicatore della domanda autonoma, cioè l’impatto causale di quest’ultima sul PIL.

 

  1. L’effetto causale della domanda autonoma

Nello stimare l’impatto della domanda autonoma, tuttavia, dobbiamo tenere conto di importanti problemi di endogeneità. La spesa pubblica varia in base al ciclo economico, per via degli stabilizzatori automatici e dei problemi evidenziati dagli studi di cui sopra; il credito al consumo segue le variazioni pro-cicliche nella propensione al rischio delle banche (e all’indebitamento delle famiglie); neanche l’export può essere considerato del tutto indipendente dalle dinamiche economiche: ad esempio un paese in recessione può guadagnare competitività tramite la deflazione, oppure può perderla per l’impatto negativo sulla produttività.

Abbiamo provato a mitigare questi problemi utilizzando un approccio basato su variabili strumentali. In altre parole, abbiamo cercato di isolare quelle componenti della domanda autonoma la cui variazione può essere considerata indipendente dal ciclo economico, e può quindi essere usata per stimare in modo non distorto il suo impatto sul PIL. Abbiamo quindi utilizzato delle variabili che influenzano in modo rilevante la domanda autonoma, ma non appaiono determinate dallo stato dell’economia. Le nostre variabili strumentali sono: (1) la spesa militare; (2) la crescita della domanda interna USA, per quanto riguarda i paesi europei; (3) un indice che misura le restrizioni commerciali imposte da Canada e Messico (i due principali mercati di sbocco), per quanto riguarda gli Stati Uniti. Le assunzioni su cui si basa la nostra strategia di stima sono quindi che (a) la spesa militare è una componente della domanda autonoma che viene determinata in base a criteri non-macroeconomici ma strategico-militari;[4] (b) il ciclo economico USA influenza le esportazioni dei paesi europei ma non è causato dalla situazione macroeconomica dei singoli paesi europei (ma non assumiamo il contrario, perchè la prima economia mondiale può ben influenzare il ciclo economico nei singoli paesi Europei); (c) le politiche commerciali di Canada e Messico rispondono a esigenze interne e geopolitiche, non correlate al ciclo economico USA. Queste assunzioni, che a noi sembrano ragionevoli, possono essere ovviamente oggetto di dibattito. La nostra opinione è che queste variabili siano in larga parte ‘esogene’ rispetto al ciclo economico e che il loro utilizzo possa produrre stime perlomeno meno distorte, rispetto a lavori che non affrontano il problema.

La figura 2 descrive sinteticamente i nostri risultati: un aumento di un euro della domanda autonoma aumenta il PIL di 1.3 euro nel corso del primo anno; nel giro di 4 anni l’effetto cumulato è di 1.6 euro. (Si noti come queste stime siano quantitativamente simili a quelle ottenute dagli studi sull’impatto della politica fiscale citati nel primo paragrafo.)

 

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Figura 2: Moltiplicatore stimato della domanda autonoma (stima del modello 2SLS con effetti fissi)

Pannello di sinistra: impatto sulla crescita del PIL di una variazione unitaria della domanda autonoma;

Pannello di destra: effetto cumulato nei successivi 4 anni.

 

  1. Relazione tra domanda autonoma e quota degli investimenti

Abbiamo inoltre analizzato la relazione tra spese autonome e quota degli investimenti produttivi privati[5] sul PIL. Il modello del supermoltiplicatore prevede che accelerazioni della domanda autonoma producano incrementi della quota degli investmenti – necessari ad ampliare la capacità produttiva per accomodare l’aumento di domanda. Questo aspetto distingue il supermoltiplicatore da altri modelli di crescita trainata dalla domanda (come quelli di ispirazione neo-Kaleckiana), i quali prevedono che sia invece la crescita degli investimenti a provocare le successive variazioni del PIL.

In prima battuta, utilizziamo una analisi di c.d. Granger-causality. Verifichiamo cioè se variazioni nella domanda autonoma tendano ad essere seguite da variazioni nella quota degli investmenti – e viceversa. I risultati sono coerenti con le previsioni del modello: variazioni della domanda autonoma precedono variazioni della quota degli investimenti, e non viceversa. Anche questi risultati potrebbero però essere affetti da endogeneità: la crescita del Pil potrebbe causare le variazioni sia delle spese autonome sia degli investimenti. Per misurare l’effetto causale della domanda autonoma utilizziamo nuovamente le variabili strumentali introdotte nel paragrafo precedente. Questa analisi suggerisce che la spesa autonoma induce effettivamente gli investimenti produttivi. Un incremento dell’1% della crescita della domanda autonoma tende a causare un aumento di 0.6 punti di PIL della quota degli investimenti.

 

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Figura 3: Effetto stimato di un incremento dell’1% della crescita della domanda autonoma sulla investment share (% sul PIL; stima del modello  2SLS con effetti fissi)

Pannello di sinistra: impatto sulla quota degli investimenti di una maggiore crescita della domanda autonoma dell’1%;

Pannello di destra: effetto cumulato nei successivi 4 anni.

 

  1. Considerazioni conclusive e sviluppi futuri

I risultati di questo lavoro in corso non sono ovviamente conclusivi. Molti miglioramenti possono essere apportati alla metodologia da noi utilizzata. In particolare, in una futura ricerca amplieremo la copertura spaziale e temporale del nostro dataset e cercheremo di affinare ulteriormente le nostre variabili strumentali. Tuttavia, alcuni risultati sembrerebbero particolarmente robusti: in particolare, la nostra analisi offre supporto ad una visione teorica secondo la quale è la domanda aggregata a determinare prodotto e reddito e non viceversa, come invece prescrive la teoria economica mainstream. Compatibilmente con i recenti lavori empirici sul moltiplicatore fiscale, i risultati della nostra analisi indicano che variazioni della domanda autonoma (spesa pubblica, esportazioni e consumi autonomi) hanno un forte effetto moltiplicatore. Abbiamo inoltre trovato evidenza del meccanismo di aggiustamento della capacità produttiva al livello di prodotto determinato dalla domanda aggregata, meccanismo attivato da variazioni dell’investimento produttivo. Si tratta di risultati, per quanto non conclusivi, certamente incoraggianti per un programma di ricerca sulle linee delineate da Pierangelo Garegnani, che aspiri a provare la validità del principio Keynesiano della domanda effettiva nel lungo periodo, e allo stesso tempo ad essere compatibile con una visione Classica della distribuzione del reddito, vista come ripartizione del Surplus tra classi sociali in base ai rapporti di forze ed a fattori storici, istituzionali e politici.

(questo articolo è stato pubblicato su Economia e Politica il 23 Febbraio 2016)

 

Alesina, A. e S. Ardagna (2010), ‘Large changes in fiscal policy: Taxes versus spending’ in Tax Policy and the Economy, a cura di J.R. Brown, Chicago University Press.

Alesina, A. e R. Perotti (1995), ‘Fiscal expansions and fiscal adjustments in OECD countries’, Economic Policy.

Freitas, F. e F. Serrano (2015), ‘Growth rate and level effects, the stability of the adjustment of capacity to demand and the Sraffian supermultiplier’, Review of Political Economy.

Giavazzi, F. e M. Pagano (1990), ‘Can severe fiscal consolidations be expansionary? Tales of two small European countries’, NBER Macroeconomics Annual, Vol.5.

Giavazzi, F. e M. Pagano (1995), ‘Non-Keynesian effects of fiscal policy changes: international evidence and the Swedish experience’, Swedish Economic Policy Review.

Girardi, D. e R. Pariboni (2015), ‘Autonomous demand and economic growth: some empirical evidence’, Working Paper del Centro Sraffa no. 13.

Guajardo, J., Leigh, D. e A. Pescatori (2011), ‘Expansionary Austerity: New International Evidence’, IMF Working Paper 11/158, disponibile al link https://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2011/wp11158.pdf, pubblicato nel 2014 su Journal of the European Economics Association con lo stesso titolo.

Jordà, O. e A.M. Taylor (2013), ‘The time for austerity: estimating the average treatment effect of fiscal policy’, NBER Working Paper No.19414, disponibile al link www.nber.org/papers/w19414.

Serrano, F. (1995), ‘Long period effective demand and the Sraffian Supermultiplier’, Contributions to Political Economy.

[1] Vedi ad esempio Guajardo, Leigh e Pescatori (2011) e Jordà e Taylor (2013). Jordà e A.M. Taylor (2013) ‘The time for austerity: estimating the average treatment effect of fiscal policy’, NBER Working Paper No.19414, disponibile al link www.nber.org/papers/w19414

[2] Alesina e Ardagna (2010). Altri studi empirici favorevoli all’ipotesi dell’austerità espansiva citati da Guajardo et al. sono Giavazzi e Pagano (1990, 1996) e Alesina e Perotti (1995).

[3] Per essere più precisi, Jordà e Taylor dimostrano che l’indice usato da Guajardo et al., pur andando nella giusta direzione, non elimina completamente la distorsione da causalità inversa. Utilizzano quindi delle tecniche semi-parametriche robuste, basate sull’assunzione che la selezione sia determinata da fattori osservabili, per eliminare questa residua distorsione.

[4] L’utilizzo della spesa militare come variabile strumentale ha ormai una lunga tradizione, nella letterature che studia empiricamente i moltiplicatori fiscali.

[5] Con questo termine ci riferiamo agli investimenti privati non residenziali. Per quanto riguarda i paesi europei, abbiamo utilizzato come fonte i Conti Nazionali forniti da Eurostat e la variabile è ottenuta a partire da Gross Fixed Capital Formation, a cui poi sottraiamo General Government Gross Fixed Capital Formation e Gross Fixed Capital Formation: dwellings; per quanto riguarda gli Stati Uniti, il dato è fornito direttamente dal database FRED, Federal Reserve Bank of St. Louis, come Shares of gross domestic product: Gross private domestic investment: Fixed investment: Nonresidential.

 

Il banchiere dei ricchi

Il quantitative easing della BCE servirà solo ad aumentare le rendite finanziarie. L’intervento non è su scala abbastanza ampia per sostenere l’economia. Inoltre – su richiesta della Germania – i titoli saranno ripartiti tra le banche centrali nazionali, lanciando un segnale di disgregazione. Infine – ed è il punto più importante – il quantitative easing potrebbe rilanciare crescita e occupazione solo se accompagnato da un grande programma di investimenti pubblici. L’esperienza di USA, Giappone e UK dimostra che, anche quando applicato in modo efficace, il tentativo di supportare l’economia solo con la politica monetaria iper-espansiva genera tutt’al più una crescita trainata dai profitti finanziari, che non crea occupazione, acuisce le diseguaglianze e rischia di generare nuove bolle speculative.

 

QUANTITATIVE EASING ALL’EUROPEA

Come ampiamente previsto, la Banca Centrale Europea (BCE) ha annunciato l’avvio di un programma di quantitative easing (QE). In altre parole, ‘stamperà’ grandi quantità di nuova moneta e la userà per acquistare titoli di Stato da banche e altri istituti finanziari. Tra Marzo 2015 e Settembre 2016, la BCE acquisterà titoli pubblici per 50 miliardi di Euro al mese. Questi si andranno ad aggiungere ai 10 miliardi di titoli privati che la BCE già acquista mensilmente, in virtù di un programma avviato in autunno. In questo modo la BCE inietterà nell’economia europea, e in particolare nei mercati finanziari, liquidità fresca per 1.100 miliardi in un anno e mezzo. Su pressione della Germania, si è deciso di allocare l’80% dei titoli acquistati nel bilancio delle Banche Centrali dei singoli Stati membri, mentre solo il 20% sarà tenuto in bilancio dalla BCE.

L’obiettivo dichiarato è quello di combattere la deflazione (cioè la discesa del livello dei prezzi, causata dalla carenza di domanda aggregata e dal crollo dei prezzi petroliferi) e di sostenere l’economia europea. Sono principalmente quattro i canali tramite cui il quantitative easing dovrebbe impattare positivamente l’economia:

(1) AUMENTO DEL CREDITO: gli istituti finanziari, dai quali i titoli saranno comprati, si troveranno ad avere nuova liquidità e potrebbero quindi diventare più propensi a fare prestiti a imprese e famiglie; dovrebbe quindi aumentare l’offerta di credito. Inoltre la nuova domanda di titoli finanziari abbasserà i tassi d’interesse e (si spera) aumenterà l’inflazione. Insieme questi due fattori abbasseranno il tasso d’interesse reale (= al netto dell’inflazione), il che dovrebbe aumentare anche la domanda di credito.

(2) EFFETTO-RICCHEZZA: una parte rilevante di questa nuova liquidità sarà usata dalle banche per acquistare asset finanziari e immobiliari, facendo aumentare i loro prezzi. In altre parole saliranno i prezzi delle azioni in Borsa e i prezzi delle case. In questo modo chi possiede case e azioni vedrà il valore del proprio patrimonio salire, ed essendo più ricco spenderà di più;

(3) ASPETTATIVE DI INFLAZIONE: il quantitative easing dovrebbe incrementare le aspettative di inflazione. Famiglie, banche e imprese, pensando che l’azione della BCE farà aumentare l’inflazione, si comporteranno di conseguenza, anticipando i propri acquisti e investimenti. In questo modo dovrebbero dare un contributo ad aumentare l’inflazione stessa;

(4) SVALUTAZIONE DELL’EURO: parte della nuova liquidità sarà usata per acquistare attività estere; questo, insieme all’aumento dell’inflazione e al declino dei tassi d’interesse reali, farà svalutare l’Euro (effetto che in effetti è già iniziato da quando è diventato chiaro che la BCE avrebbe avviato il QE), rilanciando le esportazioni degli Stati Membri (solo quelle al di fuori dell’Eurozona, ovviamente);

UN PROGRAMMA SOTTODIMENSIONATO

Il primo punto critico è che il programma di quantitative easing della BCE è su un ordine di grandezza inferiore a quanto sarebbe necessario per stimolare l’economia (e inferiore a quello realizzato in USA, UK e Giappone). Il grafico qui sotto traccia l’andamento delle passività della BCE (che è una misura della quantità di liquidità immessa nell’economia) a confronto con Federal Reserve e Bank of Japan. Lo stimolo monetario della BCE ha raggiunto un picco nei primi mesi 2012, dopo aver immesso nel sistema circa 1.000 miliardi di Euro sotto forma di prestiti agevolati alle banche (programma LTRO). Successivamente le banche hanno iniziato a ripagare questi prestiti, determinando una contrazione del bilancio della BCE e quindi un rientro dello stimolo (che in realtà era stato concepito non per stimolare l’economia, ma col duplice obiettivo di risanare i bilanci delle banche e indurle a comprare titoli di Stato dei paesi periferici, fermando la crescita degli spread).

Come lo stesso Draghi ha chiarito, il Quantitative Easing servirà solo a compensare la contrazione in atto nel bilancio BCE, riportando le passività della Banca ai livelli 2012. E’ chiaro che stiamo parlando di un immissione di liquidità su un ordine di grandezza minore di quello attuato dalle Banche Centrali delle altre principali economie avanzate. In pratica la BCE sta concedendo nuovamente al sistema bancario la liquidità che questo gli sta restituendo.

Oltre all’ordine di grandezza, c’è un altro fattore che renderà l’intervento della BCE decisamente meno incisivo di quello effettuato dalla Fed. Negli USA le imprese traggono una parte rilevante del loro finanziamento dalla vendita di azioni. Per cui un incremento della domanda di azioni (vedi punto 2 sopra) si tramuta in più soldi a disposizione delle imprese. In Europa invece le imprese dipendono dalle banche per il loro finanziamento. E le banche, verosimilmente, useranno la liquidità concessa dalla BCE per speculare sui mercati finanziari (che senso ha investire nell’economia ‘reale’, in un contesto in cui questa va malissimo mentre i mercati finanziari sono in rialzo?).

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OGNUNO PER SE’: UN SEGNALE DI DISGREGAZIONE

Secondo punto critico: su pressione della Germania, si è deciso che la BCE si terrà ‘in pancia’ solo il 20% dei titoli acquistati. Il restante 80% sarà accollato alle Banche Centrali dei singoli Stati Membri. Chiedere a ogni banca centrale di acquistarsi i bond del proprio paese significa lanciare un segnale di disunione, che influenzando le aspettative degli investitori finanziari potrebbe contribuire alla reale disgregazione dell’Eurozona.

PER UNA RIPRESA SOSTENIBILE: SCUOLE E OSPEDALI, NON ASSET FINANZIARI

Il terzo punto critico è il più importante. Anche nei paesi dove è stata attuata in modo efficace (USA, UK, Giappone), la strategia di crescita basata solo sulla politica monetaria iper-espansiva ha portato una ripresa squilibrata, trainata dai profitti finanziari. Una ripresa di cui beneficiano quasi solo le fasce sociali più ricche e che aumenta la già sproporzionata finanziarizzazione dell’economia.

Il quantitative easing consiste, a ben vedere, nell’inondare il mercato finanziario di liquidità, gonfiando i prezzi dei titoli finanziari, delle case e dei terreni edificabili. In un contesto in cui la domanda aggregata è estremamente debole, non ha senso per i privati investire per creare capacità produttiva. La liquidità disponibile viene usata per investimenti finanziari e immobiliari. Aumentano quindi i capital gains, le rendite. Aumenta la ricchezza di chi possiede titoli e immobili, e si spera che ciò spinga queste famiglie a ricominciare a spendere e indebitarsi, facendo ripartire in qualche misura l’economia. E’ chiaro che si tratta di una strategia di cui beneficiano in modo sproporzionato le fasce più ricche.

Evidentemente, una crescita basata sul boom azionario e immobiliare e sul credito al consumo pone dei problemi di sostenibilità. Il mercato azionario USA ha fatto registrare un incremento delle valutazioni ben al di sopra i picchi pre-crisi. I prezzi delle case in UK sono saliti in modo sproporzionato rispetto ai redditi, segnalando una probabile bolla immobiliare.

Per uscire dall’empasse economica, l’Europa ha un disperato bisogno di un coordinamento in senso espansivo della politica fiscale e monetaria. Non è una strategia difficile da immaginare. Se i soldi destinati al quantitative easing fossero usati per finanziare un programma di investimenti in infrastrutture pubbliche (scuole, ospedali, ricerca, riqualificazione del patrimonio immobiliare, messa in sicurezza del territorio), l’impatto su crescita e occupazione sarebbe infinitamente più incisivo (perfino l’FMI oggi ammette che un programma keynesiano di investimenti pubblici sarebbe necessario per risanare l’economia europea e che il suo effetto sarebbe di ridurre il rapporto debito/PIL, non aumentarlo). Ad esempio Yanis Varoufakis, economista all’Università di Atene e candidato di Syriza, ha proposto di realizzare un programma di questo tipo tramite la European Investment Bank.

E’ chiaro che non esiste in Europa il consenso politico per un programma del genere. Una strategia keynesiana di rilancio della domanda aggregata porterebbe con sè la messa in discussione dell’impostazione neoliberale del disegno europeo. E questo non sarebbe accettabile per nessuno degli attuali governi europei. Un programma genuinamente keynesiano aumenterebbe in modo rilevante occupazione e salari, rafforzando il potere contrattuale dei lavoratori e mettendo in discussione i programmi di devastazione economica e sociale   aggiustamento strutturale che stanno venendo applicati in tutto il continente. Il quantitative easing, come attualmente concepito, è un tentativo impossibile di uscire dalla stagnazione economica senza rinunciare all’austerità.

 

L’economia mondiale in 5 grafici

Uno sguardo all’andamento del sistema economico globale attraverso cinque grafici che tracciano quattro variabili fondamentali: 1) crescita della produzione; 2) crescita degli scambi commerciali internazionali; 3) prezzi delle materie prime; 4) mercati finanziari.

 

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La crescita dell’economia mondiale è oggi più lenta rispetto al periodo pre-crisi, ma anche ai primi due anni di ripresa. (GRAFICO 1 – cliccare sul grafico per visualizzarlo correttamente).

A partire dal 2011/2012 si è verificato un rallentamento della crescita nelle economie emergenti, e in particolare nei cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). India e Cina mantengono comunque una crescita economica elevata, anche se inferiore rispetto ai livelli senza precedenti (e probabilmente non sostenibili a lungo) degli ultimi 15 anni. In Brasile è invece in atto una vera e propria stagnazione, dovuta al crollo degli investimenti privati e al declino del prezzo delle materie prime che il paese esporta. La Russia sta entrando in una dura crisi economica, causata dal crollo del prezzo del petrolio e dalle sanzioni dei paesi occidentali.

La crescita delle economie avanzate ha invece accelerato negli ultimi due anni, a causa di una robusta ripresa in USA e UK. L’Eurozona, tuttavia, rimane in stagnazione, per via delle politiche di austerità che si è auto-inflitta. In Giappone – dopo un ritorno alla crescita nel 2013 dovuto a politiche economiche espansive – il 2014 ha visto il ritorno della recessione, probabilmente generata da un prematuro cambio di segno della politica fiscale, che quest’anno è tornata restrittiva (in particolare ci sono stati due forti aumenti della tassazione sui consumi). 

Coerentemente con l’andamento dell’attività economica, la crescita del commercio mondiale ha attraversato una fase di progressivo rallentamento negli ultimi tre anni. Come avvenuto per il PIL globale, la seconda metà del 2013 aveva visto un’accelerazione, sfumata però nei mesi successivi. Le prospettive sulle dinamiche commerciali si sono raffreddate molto negli ultimi mesi. (GRAFICO 2).

Dopo l’impennata dei primi anni Duemila, i prezzi delle materie prime sui mercati internazionali si sono stabilizzati, con una leggera tendenza al declino, a partire dalla seconda metà del 2011. Nel secondo e terzo trimestre 2014 il trend declinante si è rafforzato, trasformandosi in una netta discesa dei prezzi. In particolare sta crollando il prezzo del petrolio, la cui discesa per ora sembra molto più ripida di quanto suggerito dalle previsioni FMI (GRAFICO 3). Negli ultimi anni, i prezzi delle materie prime sono entrati in una fase di moderazione per due principali ragioni: il rallentamento della crescita economica e il forte aumento della produzione di materie prime energetiche degli Stati Uniti, reso possibile dallo sfruttamento di fonti non convenzionali (shale gas e shale oil). Negli ultimi mesi le aspettative riguardo politica monetaria e tassi di cambio degli investitori finanziari, che oggi controllano in larga parte i mercati delle materie prime, hanno probabilmente contribuito in modo decisivo al crollo dei prezzi delle materie prime.

I mercati finanziari hanno giocato un ruolo centrale nell’attuale accelerazione della crescita di alcuni paesi avanzati (USA in primis). Wall Street ha fatto registrare un nuovo boom a partire dal 2011/2012. (GRAFICI 4). Il nuovo boom finanziario USA non appare pienamente giustificato dall’andamento dell’economia reale. Secondo alcuni riflette gli alti tassi di profitto (dovuti al ridotto potere contrattuale dei lavoratori) e l’accumulo di liquidità da parte delle imprese (queste stanno infatti trattenendo gran parte dei profitti realizzati nel proprio bilancio invece di effettuare investimenti produttivi). Tuttavia appare probabile che abbia giocato un ruolo anche la politica monetaria iper-espansiva. Federal Reserve e Bank of England hanno infatti inondato l’economia di liquidità (tramite l’acquisto di titoli di Stato con moneta di nuova creazione – il cosiddetto ‘quantitative easing’). Questa ondata di liquidità, probabilmente, è stata utilizzata in larga parte per acquistare asset finanziari, gonfiandone così il valore.

I paesi emergenti hanno ricevuto forti flussi di capitali in entrata subito dopo la crisi (2009-2011), ma poi questa dinamica è rallentata bruscamente, per via della forte ripresa di USA e UK e dell’aspettativa che la Federal Reserve inizi gradualmente a rialzare i tassi d’interesse negli USA.

I mercati finanziari europei hanno avuto invece un andamento più incerto, segnato da una ulteriore crisi tra il 2010 e il 2012, legata alla possibilità di una rottura dell’Unione Monetaria. I mercati azionari europei si sono ripresi a partire dall’estate 2012, dopo che la BCE ha dichiarato la propria disponibilità a fare ‘qualsiasi cosa sia necessaria’ per preservare l’unione monetaria (cioè a fare da prestatore di ultima istanza acquistando titoli di Stato in caso di necessità). Oggi tuttavia i mercati finanziari europei sono di nuovo in ribasso, a causa della possibilità di nuove elezioni in Grecia, che secondo gli investitori potrebbe aumentare il rischio di deflagrazione dell’Unione Monetaria Europea. La crisi finanziaria dell’Eurozona sembra poter riemergere da un momento all’altro.

Ci sono oggi tre importanti fattori di rischio che potrebbero avere (e forse stanno già avendo) forti conseguenze negative sui mercati finanziari internazionali: una recrudescenza della crisi dell’Euro; il crollo del prezzo del petrolio (che mette in difficoltà grandi imprese energetiche quotate in Borsa); il ritiro delle misure di quantitative easing della Federal Reserve, che provocherà un rialzo del costo del credito e quindi una riduzione dell’incentivo agli investimenti finanziari. 

Debito pubblico italiano: un disastro evitabile

Nonostante le politiche di austerità, il debito pubblico continua a salire. Alla radice dell’accumulo del debito ci sono la perdita di competitività dell’export, l’alta evasione fiscale e il “divorzio” tra Tesoro e Banca Centrale. Oggi il rapporto debito/PIL sale a causa di recessione, deflazione e spesa per interessi. Il ritorno a una crescita sostenuta del PIL nominale, determinata da crescita reale e/o da inflazione, è condizione irrinunciabile per la riduzione del debito in termini di PIL. 

 

Nel 2013 il debito pubblico italiano ha superato il 132% del PIL. Nel 2014 dovrebbe salire di altri quattro punti circa, attestandosi sopra il 136%. In altre parole, lo Stato italiano ha oggi un debito che è superiore di oltre un terzo al valore di tutta la produzione nazionale annuale di beni e servizi. Come si è arrivati a questo livello di debito pubblico? Come mai il debito continua a salire nonostante le politiche di consolidamento fiscale degli ultimi anni?

 

UNA PROSPETTIVA STORICA

Per iniziare, è utile inquadrare il fenomeno in prospettiva storica. L’attuale livello di debito pubblico (misurato in relazione al PIL) non è il più alto mai raggiunto nella storia del Paese, ma è assolutamente senza precedenti in tempo di pace. I precedenti picchi, infatti, erano stati raggiunti nel primo dopoguerra (nel 1921 il debito era al 153% del PIL) e durante la seconda guerra mondiale (129% nel 1942). In entrambi i casi l’ascesa era stata brusca e determinata dal finanziamento dello sforzo bellico. Il debito accumulato durante la prima guerra mondiale era in parte significativa verso l’estero; al contrario il debito creato durante il secondo conflitto mondiale era principalmente interno. Altrettanto brusca è stata la discesa del debito dopo tali episodi. Negli anni che seguirono la prima guerra mondiale il debito fu in larga parte condonato, in particolare quello verso i Governi alleati. La drastica riduzione del debito alla fine della seconda guerra mondiale è invece avvenuta tramite un’altissima inflazione. L’inflazione ha infatti l’effetto di erodere il valore reale del debito.

 

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Al contrario, l’attuale ascesa del debito pubblico è stata graduale. Alla fine della seconda guerra mondiale il valore del debito era sceso ai minimi storici (intorno al 25% del PIL), per via del già citato processo di inflazione. E’ rimasto su livelli molto bassi fino ai primi anni Settanta, quando è iniziato un lungo periodo di costante ascesa, che ha portato ad un primo picco del debito nel 1994 (al 120% del PIL). Successivamente, gli sforzi per adeguarsi ai parametri di Maastricht – quindi principalmente aumenti di tasse e riduzioni della spesa – hanno prodotto un breve periodo di riduzione del debito, tra il 1994 e il 2002, anno di entrata in circolazione della moneta unica europea. La nuova ascesa del rapporto debito/PIL è iniziata nei primi anni Duemila e in modo particolare nel 2008-2009.

 

LA CRESCITA DEL DEBITO NEGLI ULTIMI 40 ANNI

Una prima fase di ascesa del debito pubblico, negli anni Settanta, è riconducibile principalmente ai tentativi di sostenere l’economia durante le crisi petrolifere. Tuttavia l’incremento più rilevante è avvenuto a partire dai primi anni Ottanta e le cause sono principalmente due: l’incremento dei tassi d’interesse pagati sul debito (quindi della spesa annuale per interessi) e la forte crescita dell’evasione. Quest’ultima ha mantenuto le entrate dello Stato su livelli bassi nonostante le alte aliquote fiscali.

L’Italia ha iniziato a pagare alti interessi sul debito a seguito del c.d. “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia. La Banca Centrale italiana dal 1981 ha infatti smesso di finanziare la spesa pubblica acquistando titoli di Stato. Così, il Tesoro è stato costretto a finanziarsi interamente sul mercato, perdendo il controllo dei tassi d’interesse.  Dato che l’Italia tendeva ad avere un disavanzo commerciale, e quindi la Lira tendeva a svalutarsi, i titoli italiani erano particolarmente esposti al rischio di cambio. Inoltre la mancanza della “protezione” della banca centrale ha reso più probabile un eventuale default. Così il mercato ha determinato tassi d’interesse alti sul debito italiano – nettamente maggiori rispetto alle altre economie avanzate – per compensare questi due fattori di rischio. La spesa per interessi ha iniziato a pesare in modo rilevante sul bilancio pubblico.

Il risultato di alta spesa per interessi e bassa raccolta fiscale è stato naturalmente la produzione di un disavanzo strutturale nel conti pubblici, che ha portato all’accumulazione del debito. In questo modo l’Italia è riuscita a realizzare due paradossi poco edificanti. Ha accumulato un ingente debito pur avendo una spesa pubblica di scopo (cioè al netto degli interessi) inferiore agli altri paesi avanzati. Ha ottenuto una raccolta fiscale minore rispetto alle altre economie industrializzate, pur avendo aliquote fiscali più alte.

La discesa del debito tra il 1994 e i primi anni Duemila è stata consentita da un progressivo abbassamento dei tassi d’interesse – dovuto al processo di integrazione monetaria europea, che ha prima ridotto e poi eliminato i rischi legati al tasso di cambio –  e a politiche di consolidamento fiscale mirate a rispettare i criteri di Maastricht. Tra 1994 e 2003 il rapporto debito/PIL è sceso dal 120% al 99%. E’ seguita una breve fase altalenante, principalmente dovuta al ciclo economico e al diverso orientamento dei Governi in carica: incremento fino al 2006, poi riduzione tra 2006 e 2008. A partire dal 2008, con l’arrivo della crisi globale, è iniziata una nuova esplosione del debito, che è passato dal 103,5% del 2007 al 136% attuale.

 

PERCHE’ IL DEBITO CONTINUA A CRESCERE NONOSTANTE L’ AUSTERITÀ’?

L’Italia, al contrario di altri paesi industrializzati, non ha effettuato operazioni di supporto al settore finanziario su larga scala nel 2007-2008. Nè ha messo in campo rilevanti pacchetti di stimolo all’economia reale durante la crisi. Inoltre, a partire dal 2010 sono state applicate misure di austerità, con significativi incrementi della tassazione e riduzioni della spesa primaria. Come mai il debito continua a salire?

Ovviamente il rapporto debito/PIL dipende tanto dal numeratore quanto dal denominatore. Il rapporto aumenta quando il tasso di crescita del debito è superiore al tasso di crescita del PIL nominale (che corrisponde alla somma di tasso di crescita reale e inflazione). Da questo punto di vista, occorre rilevare che il PIL nominale italiano è diminuito dell’1,3% tra 2011 e 2013, a causa della forte diminuzione del Pil in termini reali e del basso tasso di inflazione. Per cui, anche se il bilancio dello Stato fosse stato costantemente in pareggio – interessi compresi – il rapporto debito/PIL sarebbe salito comunque.

Inoltre, a fronte di un saldo primario costantemente positivo tra 2011 e 2014 (cioè lo Stato incassa più di quanto spende, se non si considerano gli interessi sul debito), l’alta spesa per interessi ha reso comunque il saldo complessivo negativo. E’ quindi chiaro che le cause dell’attuale esplosione del rapporto debito/PIL sono la recessione, la bassa inflazione e l’alta spesa per interessi. In questo contesto, le manovre di consolidamento fiscale degli ultimi anni, oltre a precipitare il paese in una nuova recessione, non hanno fermato la crescita del rapporto debito/PIL, nè del debito stesso. Il problema è che in un contesto di bassa domanda e alta disoccupazione le politiche di consolidamento fiscale danneggiano particolarmente l’economia, riducendo l’attività economica. PIL, inflazione e entrate fiscali si abbassano, vanificando gli sforzi per il raggiungimento del pareggio di bilancio. Si genera così una sorta di ‘consolidamento fiscale perverso’, in cui le manovre di austerità incrementano il rapporto debito/PIL, invece di abbassarlo. Chiaramente è più facile che ciò avvenga in un paese con un alto livello di debito, per via dell’alta spesa per interessi.

 
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In sintesi, nell’attuale contesto le politiche di consolidamento fiscale hanno dimostrato di non essere in grado di fermare la crescita del rapporto debito/PIL, per via dei loro effetti recessivi su un’economia già debole e dell’alta spesa per interessi. Quest’ultima rende quasi impossibile raggiungere il pareggio di bilancio, a meno di realizzare dei saldi primari su livelli implausibili. Una significativa crescita del PIL nominale, determinata da crescita reale e/o da inflazione, è condizione irrinunciabile per la riduzione del debito in termini di PIL. In presenza di questa, sarebbe sufficiente mantenere la crescita del debito su un tasso inferiore rispetto alla crescita del PIL nominale, senza quindi la necessità del pareggio di bilancio, per invertire il trend di incremento del rapporto debito/PIL.

Renzi e l’economia

Quando è voluto diventare premier, Renzi pensava stesse arrivando la ripresa. Invece il paese è di nuovo in recessione e la sua politica economica è inadeguata come quella dei precedenti governi. Gli 80 Euro non bastano a stimolare i consumi; la finanziaria appena approvata è recessiva. La depressione economica potrebbe provocare importanti conseguenze politiche.

 

Quando, a febbraio di quest’anno, ha voluto prendere il comando del Governo, Matteo Renzi pensava che il paese stesse uscendo dalla recessione e che nei mesi seguenti il suo esecutivo avrebbe beneficiato della ripresa dell’economia. E’ chiaro che le motivazioni della sua scelta sono state prettamente politiche: non voleva rimanere invischiato nel ruolo di segretario di partito “impotente”, legato a doppio filo a un Governo Letta sempre meno popolare. Ma è altrettanto chiaro che Renzi si aspettava di iniziare la propria navigazione proprio mentre il vento dell’economia, da contrario, volgeva a favore.

LA SLIDE MANCATA

In effetti, secondo i dati disponibili a inizio febbraio 2014, gli ordinativi industriali – indicatore tradizionalmente considerato anticipatore della dinamica del PIL – avevano smesso di scendere e sembravano in rialzo (vedi grafico). I principali istituti di previsione sostenevano che l’economia italiana fosse in ripresa, dopo la dura recessione del biennio 2012-2013. Secondo il ‘pool of forecasters’ pubblicato a inizio mese dall’Economist, che sintetizza le previsioni di 20 importanti istituti privati, l’economia italiana era uscita dalla recessione e nel 2014 sarebbe cresciuta dello 0,4% (0,8% secondo i più ottimisti, mentre 0.2% era la previsione più bassa – vedi tabella). Questo era lo scenario quando Renzi ha pianificato la sua salita al Governo. La ripresa dell’economia avrebbe significato inversione del trend di crescita del tasso di disoccupazione, maggiore margine di manovra per la politica fiscale, e sopratutto la possibilità di intestarsene il merito. Non è difficile immaginare Renzi che proietta la slide in cui si vede che dopo qualche mese di suo Governo l’economia ha “cambiato verso”.

 

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L’ECONOMIA NON CAMBIA VERSO

Gli sgravi fiscali per i lavoratori dipendenti – i famosi ’80 Euro’ – sono stati concepiti con tale scenario in mente: una misura che stimola ulteriormente i consumi e la fiducia dei consumatori, in un’economia già in leggera ripresa. Per il resto, Renzi nei suoi primi mesi di Governo si è concentrato sulle riforme istituzionali. Nel suo report di Aprile il Fondo Monetario Internazionale continuava a vedere l’economia italiana in ripresa, prevedendo una crescita dello 0,6% per il 2014, e a Maggio Renzi ha stravinto le europee.

Tuttavia in estate è arrivata la doccia fredda: le previsioni si sono rivelate fallaci, l’economia italiana non riesce proprio a ripartire. Dopo la breve fase di stabilizzazione, il PIL è tornato leggermente a contrarsi e l’inflazione ha ripreso a diminuire, fino a diventare negativa in agosto. Il tasso di disoccupazione cresce ancora. In questo contesto, gli ’80 Euro’ non sono andati a incrementare i consumi. Le famiglie li hanno in larga parte risparmiati, in vista di un futuro incerto o per tappare i buchi di bilanci familiari stremati.

La nuova recessione ha messo a nudo il bluff di Renzi. L’ex sindaco di Firenze non ha nessuna nuova strategia per l’economia, tranne quella di cavalcare una ripresa che non è mai esistita. In termini di politica economica, non c’è discontinuità sostanziale tra Renzi e i suoi predecessori, dall’ultimo Tremonti in poi. La manovra presentata il 29 Ottobre, che detta gli indirizzi di politica fiscale del 2015, è recessiva come lo sono state tutte le manovre italiane dal 2011 in poi. Anche nel 2015 lo Stato italiano spenderà meno di quello che incassa con le tasse (al netto della spesa per interessi). In termini tecnici avrà un avanzo primario. In altre parole, anche nel 2015 lo Stato drenerà dall’economia più risorse di quelle che immette, rendendo impossibile una vera ripresa.

A grandi linee, la politica fiscale di Renzi consiste nel mantenere l’avanzo primario allo stesso livello del 2014, ridurre le tasse e ridurre la spesa pubblica, principalmente tramite il taglio dei finanziamenti agli Enti locali (per una discussione più dettagliata della manovra vedi questo post). Il problema è che durante una crisi come quella attuale, tagliare la spesa pubblica significa deprimere ulteriormente la domanda aggregata e intensificare la deflazione. E i tagli alle tasse non compensano la riduzione della domanda provocata dai tagli alla spesa, perché se una minore spesa pubblica si traduce per intero in minore domanda di beni e servizi, una parte degli sgravi fiscali verrà invece risparmiata. (Tecnicamente, il moltiplicatore della spesa è maggiore del moltiplicatore della tassazione.) Quindi tagliare le tasse e allo stesso tempo la spesa pubblica significa introdurre un ulteriore elemento di depressione dell’economia. Altro che politica “anti-ciclica” (come l’ha chiamata, mentendo spudoratamente, Renzi).

 

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LE CONSEGUENZE POLITICHE DELLA DEPRESSIONE

Perseverando nell’attuare una politica fiscale recessiva, in un’economia già estremamente debole e con il commercio mondiale in rallentamento, l’Italia difficilmente uscirà dalla depressione. La politica economica italiana non ha affatto “cambiato verso”. E probabilmente chi dopo le Europee ha preconizzato l’avvento di una lunga “era renziana” ha parlato troppo presto. Perché è difficile pensare che l’ex sindaco di Firenze possa mantenere il consenso a lungo, se non riesce a tirare fuori il paese dalla recessione.

L’ISTAT, sulla base di sondaggi, misura l’andamento della fiducia delle famiglie sulla situazione economica propria e del paese. E’ interessante notare come la formazione dei Governi Renzi e Letta abbia determinato un sostanziale incremento delle aspettative nel mese dell’insediamento e in quelli immediatamente successivi, incremento che tuttavia è scemato successivamente. Sembra quindi che in entrambi i casi le famiglie abbiano visto nella formazione di un nuovo Governo la possibilità di misure di politica economica in grado di rilanciare l’economia ma che queste aspettative, dopo essere cresciute per qualche mese, si siano progressivamente raffreddate con l’arrivo di dati economici negativi nei mesi seguenti.

 

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Se anche decidesse di cambiare strategia e di stimolare la crescita tramite una politica fiscale espansiva, Renzi si scontrerebbe con i vincoli imposti dall’assetto istituzionale dell’Eurozona. Quest’ultimo non consente un coordinamento della politica fiscale e monetaria in senso espansivo, e sta condannando un’intera fascia di paesi alla stagnazione e all’alta disoccupazione. Chiaramente, questa situazione non è sostenibile. Appare probabile – se non inevitabile – che alla lunga forze politiche contrarie alla gestione europea dell’economia prevalgano, in Italia come negli altri paesi del Sud Europa (compresa la Francia, dove il Front National è già primo partito). Il dramma è che le forze meglio posizionate per intercettare il (più che legittimo) malcontento sono quasi ovunque reazionarie e xenofobe. Con poche eccezioni (la principale delle quali è Syriza in Grecia), i partiti di sinistra non hanno saputo interpretare il contesto storico e sono rimasti legati a una vuota retorica europeista. Resta da vedere se queste forze, in Italia, saranno necessariamente esterne all’attuale Governo. Si potrebbe addirittura immaginare uno scenario in cui lo stesso Renzi, alla lunga, prenda atto che all’interno dei vincoli europei non è possibile la ripresa e traghetti il paese fuori dalla moneta unica europea. E per quello che abbiamo visto fino ad ora, è molto probabile che si tratterebbe comunque di un’uscita “da destra”, con conseguenze sfavorevoli per i ceti medio-bassi.

Manovra 2015: la politica fiscale non cambia verso

Nell’attuale contesto di deflazione e debolezza della domanda, la politica fiscale risulta decisiva nell’influenzare l’andamento dell’economia. Il 28 Ottobre – a seguito di una trattativa con la Commissione Europea – il Governo ha diffuso il testo aggiornato della cosiddetta “Legge di Stabilità”, che detta gli indirizzi per il 2015.

Renzi l’ha presentata con tanto di slides, parlando di una manovra “espansiva ed anti-ciclica”, che per di più rappresenta “la più grande riduzione di tasse mai attuata da un governo nella storia della Repubblica”. Quest’ultima osservazione ha qualche fondamento – la riduzione di tasse in effetti è rilevante – la prima invece è falsa: la manovra è recessiva. Vediamo perchè.

UN’ALTRA MANOVRA RECESSIVA

Il fatto è che Renzi si è limitato a giocare su un equivoco. La manovra prevede un disavanzo aggiuntivo di 5,9 miliardi rispetto a quanto sarebbe avvenuto a legislazione invariata (la previsione iniziale era di 11 miliardi, poi abbassati a seguito dello scambio di missive con la Commissione Europea). In questo senso si è parlato di manovra espansiva, ma si tratta di un’interpretazione molto discutibile. Infatti questo dato ha senso solo se contestualizzato. Lo Stato italiano concluderà il 2014 con un avanzo primario pari all 1,9% del PIL, il che significa che le tasse supereranno la spesa pubblica di scopo (al netto degli interessi) di quasi due punti di PIL. Senza alcun intervento, nel 2015 l’avanzo primario sarebbe salito automaticamente al 2,9% del PIL (ovviamente si tratta di una previsione basata su estrapolazioni).

I 5,9 miliardi di disavanzo aggiuntivo previsti dalla manovra rappresentano quindi una riduzione dell’avanzo primario 2015 rispetto a quello che sarebbe stato senza alcun intervento. Renzi, in altre parole, si è limitato a evitare l’aumento del saldo primario e a mantenerlo all’incirca costante rispetto al 2014. Anche nel 2015 lo Stato drenerà dall’economia più risorse di quelle che immette, e secondo il piano programmatico del Governo lo farà all’incirca nella stessa misura in cui lo ha fatto nel 2014. Da questo punto di vista, la politica fiscale non ha affatto cambiato verso.

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LA RIDUZIONE DELLA SPESA PUBBLICA E DELLA TASSAZIONE

Andiamo a vedere più nel dettaglio la manovra di Renzi. Formalmente, il “disavanzo aggiuntivo” di 5,9 miliardi deriva principalmente da un aumento della spesa netta (4,3 miliardi) e in misura minore da una riduzione delle entrate fiscali (1,2 miliardi). Tuttavia questa classificazione è fuorviante, perché tra le spese la voce principale è la stabilizzazione degli sgravi fiscali ai lavoratori dipendenti (i famigerati ’80 euro’), che costa 9,5 miliardi di Euro. Se questa voce fosse classificata come uno sgravio fiscale – come dovrebbe essere, visto che in sostanza è  uno sgravio della tassazione sul lavoro – ci si accorgerebbe che la manovra è costituita in realtà da un forte taglio delle tasse, compensato quasi totalmente da una forte riduzione della spesa pubblica. Più precisamente, quello che Renzi ha tagliato sono i finanziamenti agli Enti Locali: ha tolto 3,5 miliardi alle Regioni e 2,3 a Comuni e Province.

Manovra 2015

Ricapitolando, la politica fiscale di Renzi consiste grosso modo in questo: mantenere l’avanzo primario allo stesso livello del 2014, ridurre le tasse e ridurre la spesa pubblica (in particolare i finanziamenti agli Enti locali). 

Il problema è che durante una crisi come questa, tagliare la spesa pubblica significa deprimere ulteriormente la domanda aggregata e intensificare la deflazione. E i tagli alle tasse non compensano la riduzione della domanda provocata dai tagli alla spesa, perché se una minore spesa pubblica si traduce per intero in minore domanda di beni e servizi, una parte degli sgravi fiscali verrà invece risparmiata. (Tecnicamente, il moltiplicatore della spesa è maggiore del moltiplicatore della tassazione.) Quindi tagliare le tasse e allo stesso tempo la spesa pubblica significa introdurre un ulteriore elemento di depressione dell’economia. Altro che politica “anti-ciclica”. La forte riduzione dei finanziamenti agli Enti locali si tradurrà in ulteriori riduzioni degli investimenti pubblici, oltre che in ulteriori cali del livello qualitativo e quantitativo dei servizi pubblici e delle infrastrutture.

Totò, Peppino e la banda degli onesti

La monetizzazione del debito e lo spettro dell’inflazione

Su Lavoce, due economisti italiani affermano che “il problema dell’Italia è l’elevato livello di debito pubblico” e sostengono che se anche la BCE accettasse di effettuare operazioni straordinarie per ridurre l’onere del debito, queste misure avrebbero impatti pesanti per l’economia reale(1). In particolare produrrebbero un elevato tasso di inflazione, devastante per il potere d’acquisto dei lavoratori. Per cui non c’è nulla da fare: dobbiamo ‘stringere la cinghia’. L’articolo si iscrive quindi nel ricco filone “l’austerità sarà anche brutta, ma non ci sono alternative”, il più frequentato dai sostenitori dei tagli al bilancio pubblico da quando il filone “l’austerità favorisce la crescita” è stato abbandonato per perdita di credibilità.

Le operazioni straordinarie di cui stiamo parlando consisterebbero, in sintesi, nello stampare moneta(2)e utilizzarla per acquistare titoli di Stato, in modo da ridurre gli interessi sul debito. Un’operazione anche nota come “quantitative easing”(3). In pratica, ci spiegano Lippi e Schivardi, questo significherebbe immettere nel sistema economico una quantità di nuova moneta pari all’ammontare dei titoli acquistati. “Ci sono pochi dubbi – continuano i nostri – che l’enorme aumento della massa monetaria condurrebbe a un proporzionale aumento dei prezzi”. “Monetizzare” una quantità significativa del nostro debito pubblico provocherebbe “tassi di inflazione a due cifre per un decennio”, con gravi conseguenze per “tutti i percettori di redditi fissi”, cioè per tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati.  Insomma una catastrofe.

Mi scusino i due professori ma io qualche dubbio ce l’ho. Temo infatti che nel loro ragionamento ci sia un errore basilare, evidente anche ad uno studentello imberbe come me. Se un’economia è lontana dalla piena occupazione non c’è alcun motivo per cui uno stimolo monetario (cioè un aumento della quantità di moneta a disposizione di cittadini, banche e imprese) dovrebbe generare “un proporzionale aumento dei prezzi”. In effetti, la Banca Centrale degli Stati Uniti sta “monetizzando” il debito da quattro anni e a grandi ritmi ma l’inflazione USA è rimasta molto bassa.

Immaginiamo un’economia in cui tutti i fattori di produzione sono pienamente utilizzati: non è possibile aumentare la produzione. Se aumenta la quantità di moneta detenuta dai cittadini, aumenterà la loro domanda di beni e servizi. Non potendo aumentare la produzione, l’aumento di domanda genererà automaticamente un proporzionale aumento dei prezzi. Ecco l’alta inflazione contro cui ci mettono in guardia Lippi e Schivardi. Ma in un economia in cui ci sono lavoratori disoccupati e impianti che non lavorano a pieno regime, un aumento della domanda genera un aumento della produzione, più che dei prezzi. Ora, è chiaro a tutti che l’Italia è un economia lontanissima dalla piena occupazione.

Nelle attuali condizioni, in Italia la “monetizzazione” del debito genererebbe tutt’al più un moderato aumento dell’inflazione. E dato che siamo in deflazione, questa sarebbe una buona notizia, non certo la catastrofe paventata da Lippi e Schivardi. Lo stimolo monetario potrebbe semmai contribuire a ridurre la disoccupazione. Inoltre il quantitative easing indebolirebbe il tasso di cambio dell’Euro, attualmente troppo alto secondo molti osservatori, dando una boccata d’aria alle nostre imprese esportatrici.

Forse alcuni economisti sono così abituati a lavorare sui modelli cosiddetti “neoclassici”, in cui solitamente si assume che l’economia sia perennemente in piena occupazione, da dimenticare che nel nostro paese i fattori produttivi sono sottoccupati. Fatto sta che “monetizzare” il debito dei paesi periferici avrebbe semmai ricadute positive sull’economia europea (la cui portata non va però sopravvalutata, sopratutto in assenza di una politica fiscale espansiva). Agitare lo spettro di un’inflazione a due cifre, nell’attuale fase di deflazione cronica, suona francamente grottesco. Il vero problema è che nell’Eurozona non sussistono le condizioni politiche per effettuare la monetizzazione del debito. E questo è uno dei motivi per cui la permanenza nell’Eurozona si sta rivelando insostenibile per i paesi del Sud Europa.

(Questo articolo è stato pubblicato su Politica & Economia, il blog del prof.Sergio Cesaratto, il 17 maggio 2014)

(In questo articolo – il cui titolo è certamente eccessivo – “Il mio blog di economia e finanza” rafforza la mia tesi con dei grafici che mostrano come l’inflazione sia sostanzialmente incorrelata alla crescita della base monetaria, sia nell’Eurozona sia negli USA.)


(1) L’articolo è questo.

(2) Ovviamente nel 2014 la creazione di moneta non richiede la stampa di nuove banconote, ma semplicemente di accreditare le somme sui conti in banca dei beneficiari.

(3) Per saperne di più sulle varie tipologie di quantitative easing che la BCE potrebbe mettere in campo e i loro probabli effetti, si veda esempio l’articolo di Bergamini e Cesaratto su Economia e Politica.

Perché lo spread si è abbassato?

Lo spread è in discesa dall’estate 2012 perchè la BCE si è impegnata a fare qualsiasi cosa serva per preservare l’unione monetaria. In generale, l’andamento dello spread italiano sembra dipendere da rischio di uscita dall’Euro, interventi della BCE e prospettive sulla crescita economica, mentre la politica interna è quasi ininfluente.
 
 
La differenza tra il tasso d’interesse sui titoli di Stato italiani e su quelli tedeschi – il tristemente famoso “spread” – è in calo da quasi un anno e mezzo. Oggi si attesta intorno ai 240 punti base, meno della metà dei 519 raggiunti in media nel mese di Novembre 2011. Come si spiegano le due impennate dello spread, culminate nei due picchi dell’inverno 2011 e dell’estate 2012, e la discesa che osserviamo dalla seconda metà del 2012?
 
 
L’ANDAMENTO RECENTE E LE SUE CAUSE

Una semplice analisi descrittiva, che evidenzia quali sono stati i punti di svolta nel ‘ciclo dello spread’ italiano e fa un confronto con quello spagnolo, come abbiamo fatto nel grafico qui sotto, fornisce alcune chiare indicazioni:

(1) gli andamenti sono comuni: come evidenziato da recenti studi econometrici, c’è una forte componente sistemica di fondo, dovuta al rischio di deflagrazione dell’unione monetaria. Gli investitori temono di prestare soldi all’Italia in Euro e di vederseli restituire in una divisa nazionale fortemente svalutata;

(2) le due grandi fasi ascendenti sono state avviate nella primavera 2010 dalla crisi del debito greca e nella primavera 2012 dall’annuncio che le economie italiana e spagnola erano entrate ufficialmente in recessione

(3) le due inversioni di tendenza in senso positivo (cioè di passaggio da una fase in cui lo spread sale a una in cui scende) sono avvenute in corrispondenza di interventi e annunci della Banca Centrale Europea. Nel Dicembre 2011 la BCE ha avviato il programma LTRO, che ha fornito liquidità illimitata alle banche europee. Nella primavera-estate 2012 Draghi ha annunciato che avrebbe fatto “qualsiasi cosa fosse necessaria” per salvare la moneta unica, inoltre è stato approvato il programma OMT, che permette alla BCE di acquistare direttamente titoli di Stato (quindi di svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza) in caso di recrudescenza della crisi, a patto che i paesi interessati si vincolino a un piano di riforme strutturali;

(4) le due fasi in cui gli andamenti italiano e spagnolo si sono disaccoppiati sono state nell’autunno 2011 (quando lo spread italiano era maggiore) e nella prima parte del 2012 (quando lo spread spagnolo è salito maggiormente). La prima è coincisa con le ultime fasi del Governo Berlusconi, la seconda con la crisi delle banche spagnole, quando è stato reso pubblico che queste ultime avrebbero necessitato un bail-out.

 

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Tirando le somme, la recente discesa è dovuta all’impegno della BCE a impedire in ogni modo la rottura dell’unione monetaria, unito al suo nuovo potere di acquistare direttamente titoli di Stato in caso di necessità. La politica interna non sembra avere alcun influenza significativa sull’andamento dello spread, e nemmeno sul differenziale tra Italia e Spagna, con l’unica eccezione dell’inverno 2011. Allora il Governo Berlusconi, che aveva messo in dubbio l’impegno a rimanere nell’Euro, è stato sostituito dal Governo Monti, che al contrario aveva come primo obiettivo la permanenza nella moneta unica, riportando lo spread italiano in linea con quello spagnolo. A determinare salite e discese dello spread sembrano quindi essere le azioni della BCE, le prospettive sulla crescita economica e i rischi di rottura dell’unione monetaria europea.

 

(questo articolo è stato pubblicato su Edilbox il 16 Ottobre 2013)

“Barili di carta”: crisi finanziaria e prezzi delle materie prime

 

Le recenti fluttuazioni dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali non sono giustificate dalle dinamiche della produzione e dei consumi. Piuttosto, sembrano essere il risultato della cosiddetta finanziarizzazione: nuovi attori, slegati dal mercato reale e a vocazione speculativa (banche d’investimento, hedge funds, finanziarie) sono entrati sui mercati a futuri delle materie prime, riversandovi ingenti capitali (nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari) e trasformandoli in mercati prevalentemente finanziari. Sulla base di questi eventi, è possibile spiegare in modo più convincente i recenti andamenti di prezzo delle principali materie prime.

 
 

A partire dalla seconda metà degli anni Duemila, i prezzi delle materie prime sui mercati internazionali hanno registrato delle fluttuazioni sorprendenti, interrompendo una lunga fase di stabilità e moderazione che durava da oltre due decenni. Prima la forte ascesa, culminata nel picco dell’estate 2008, cui ha fatto seguito un crollo ancor più rapido; a partire dalla primavera 2010 una nuova impennata, che nel 2011 ha portato i prezzi a raggiungere e superare i livelli record di inizio 2008. Nell’ultimo anno e mezzo l’andamento è stato incerto, con una complessiva tendenza discendente.

 
 

Figura 1 – Gli indici di prezzo calcolati dal Fondo Monetario Internazionale (2005=100)
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Fonte: Internatonal Monetary Fund 

 
 

Ad esempio, il prezzo medio di un barile di petrolio greggio1 è salito del 146% tra gennaio 2007 e giugno 2008, per poi crollare del 69% nei sei mesi successivi e registrare una nuova crescita del 157% nei successivi due anni e mezzo. Analogamente, il costo di una tonnellata di soia è più che raddoppiato (+116%) tra gennaio 2007 e giugno 2008, per poi scendere del 42% nella seconda metà dell’anno e risalire del 57% nei successivi 24 mesi. Le altre principali materie prime hanno registrato andamenti analoghi (Figura 1).

Ci sono tre aspetti principali, di cui tener conto nell’interpretare queste dinamiche:

  • l’intensità delle fluttuazioni, superiore anche a quella osservata durante gli shock petroliferi degli anni Settanta;
  • il fatto che abbiano accomunato tutte le principali materie prime (energetiche ed agricole ma anche metalli). Mai, almeno nel passato recente, gli andamenti dei prezzi delle diverse materie prime erano stati cosi simili tra loro;
  • la sostanziale impossibilità di spiegare questi andamenti unicamente sulla base dei cosiddetti fondamentali del mercato. In altre parole produzione e consumi non hanno registrato delle dinamiche tali da giustificare queste

Se, come sembrano suggerire i dati, le dinamiche produzione-consumo non sono sufficienti a spiegare le recenti fluttuazioni dei prezzi delle materie prime, né la loro accresciuta volatilità, è opportuno chiedersi cosa sia cambiato nel mercato internazionale di queste commodities rispetto ai decenni precedenti, quando gli shock di prezzo erano ben riconducibili ad avvenimenti decisivi per il mercato fisico. Negli anni Duemila i mercati a futuri delle commodities, quelli che ne determinano il prezzo, sono diventati dei mercati prevalentemente finanziari, distaccandosi dalla propria natura originaria.

Semplificando, i mercati a futuri servono ai produttori per fissare in anticipo i prezzi a cui venderanno le materie prime nei mesi successivi (ad esempio un produttore agricolo può fissare in anticipo il prezzo a cui venderà il suo raccolto) e ai grandi consumatori (industrie che usano le commodities come input per i propri processi produttivi) per fissare in anticipo il prezzo a cui le compreranno. In questo modo, chi opera sul mercato “fisico” di una materia prima può proteggersi dalle fluttuazioni dei prezzi acquistando e vendendo contratti a futuri3. Nell’ultimo decennio, però, i mercati a futuri delle commodities hanno cambiato natura, a seguito dell’entrata in campo di nuovi attori a vocazione puramente speculativa: banche d’investimento, hedge funds, finanziarie. Queste istituzioni finanziarie hanno riversato una quantità ingente di liquidità su tali mercati, nell’ordine delle migliaia di milardi di dollari ogni anno, cambiandone completamente la struttura.

 
IL BOOM DEI DERIVATI FINANZIARI SULLE MATERIE PRIME

L’entrata in gioco degli investitori finanziari, infatti, ha provocato una decuplicazione delle transazioni sui mercati a futuri delle materie prime, senza che a questo immenso aumento del volume d’affari sia corrisposto un aumento delle operazioni sul mercato fisico. Prendiamo ad esempio il mercato del petrolio. Tra gennaio 2008 e maggio 2009, sul mercato reale sono state effettuate transazioni per 923 miliardi di dollari, su quello finanziario per quasi 23 mila miliardi. Ovvero il valore monetario scambiato sul mercato finanziario è stato 25 volte maggiore rispetto a quello scambiato sul mercato reale. Durante il mese di giugno 2008, quando il prezzo del Brent ha raggiunto il picco, sul mercato sono stato scambiati circa 700 milioni di barili “reali” e 20.000 milioni di barili “di carta”4.

Se il petrolio ha una natura duale, ovvero è sia una materia prima energetica che un asset finanziario, nell’ultimo decennio è quest’ultima caratterizzazione ad essere diventata prevalente. Ma non è solo il petrolio ad essere stato oggetto di speculazione finanziaria. Sul mercato a futuri della soia, tra 2006 e 2011, i contratti stipulati da operatori del mercato reale sono stati circa 130 milioni, contro 156 milioni effettuati da investitori finanziari5. Better Markets, una no-profit statunitense, ha calcolato che la quota di mercato degli investitori finanziari sul mercato a futuri del grano è passata dal 12% del 1996 al 65% nel 2008. Lo stesso è accaduto per le altre principali materie prime. Attori puramente finanziari, a vocazione speculativa, sono diventati i principali operatori del mercato.

Le istituzioni finanziarie intervengono sui mercati a futuri delle materie prime per ottenere profitti “scommettendo” sulle future variazioni dei prezzi, per “parcheggiare” capitali finanziari nei periodi di incertezza, per diversificare i propri portafogli. Comprano un contratto a futuri e poi lo rivendono a un prezzo più alto, prima che arrivi a scadenza (senza dover quindi avere a che fare con il “sottostante”, cioè con la materia prima “fisica”). Oppure, se pensano che il prezzo si abbasserà, vendono allo scoperto per poi ricomprare a un prezzo minore. In alcuni casi comprano un “paniere” prefissato di commodities e poi sostituiscono ogni contratto col successivo quando si avvicina la scadenza, in modo da mantenere nel proprio portafoglio d’investimento una costante quota di “esposizione” alle materie prime che li protegge dall’inflazione e dalle fluttuazioni del tasso di cambio del dollaro, oltre a ridurre l’impatto di eventuali crolli dei mercati finanziari tradizionali sui profitti complessivi.

 
UN’INTERPRETAZIONE “FINANZIARIA” DELLE RECENTI FLUTTUAZIONI DEI PREZZI

Alla luce di quanto appena visto, possiamo interpretare meglio i recenti andamenti di prezzo delle materie prime. Nei primi anni Duemila gli investitori finanziari, in cerca di investimenti alternativi dopo il crollo azionario del 1999-2000, hanno investito ingenti capitali nei mercati dei derivati: futures e opzioni sulle commodities ma sopratutto titoli legati al mercato immobiliare USA. Nel 2006/2007, quando i prezzi delle case negli USA hanno iniziato a calare, banche e finanziarie hanno iniziato a ritirare i capitali che avevano investito nei titoli legati ai mutui immobiliari, e a dirottarli sui mercati delle commodities. Tra il 2007 e l’inizio del 2008, il numero di derivati finanziari scambiati aventi per oggetto materie prime è aumentato del 214%, mentre il valore nominale dei contratti a futuri scambiati Over The Counter (al di fuori dei mercati regolamentati) è aumentato di un impressionante 900 per cento. Questa fase ha corrisposto un aumento vertiginoso dei prezzi di tutte le principali materie prime, come abbiamo visto.

Nella seconda metà del 2008 la crisi finanziaria ha raggiunto il suo apice. Gli investitori finanziari, colpiti da una grave crisi di liquidità e in molti casi a rischio fallimento, hanno iniziato a liquidare tutti gli asset in proprio possesso, nel tentativo di ricapitalizzarsi e coprire le perdite che stavano subendo a causa dei “titoli tossici”. Così, le istituzioni finanziarie hanno venduto i contratti a futuri sulle materie prime in proprio possesso, causando il crollo dei prezzi del petrolio, dei metalli e dei beni agricoli. (Nella seconda metà del 2008, il numero di commodity futures scambiati nelle borse centralizzate è calato del 20%, mentre il valore nominale dei derivati OTC sulle materie prime è sceso del 67%). Forse i lettori che hanno più dimestichezza con queste tematiche avranno già notato, a questo punto, che la seconda ascesa dei prezzi delle materie prime agricole (2010-2011) ha coinciso proprio con la fase di ripresa dei mercati finanziari, sulla spinta delle iniezioni di denaro pubblico e della discesa dei tassi d’interesse delle Banche Centrali.

 
 

Figura 2 – Contratti a futuri sulle commodities scambiati nelle borse centralizzate (mln. di contratti)
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Fonte: Elaborazione propria su dati Bank of International Settlements

 

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Figura 3 – Derivati finanziari sulle commodities scambiati Over The Counter
(valore nominale in mld. di US$)

 
 
 
QUALCHE RIFLESSIONE CONCLUSIVA: LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA E LA DEREGOLAMENTAZIONE DEI MERCATI

La “finanziarizzazione” dei mercati delle materie prime è parte di un fenomeno più ampio. La crescita incontrollata dei mercati finanziari è infatti uno degli aspetti salienti della attuale fase del capitalismo nei paesi avanzati. Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, basti pensare che il valore nominale dei derivati finanziari scambiati Over the Counter, secondo le stime della Bank for International Settlements, è di circa 650 mila miliardi di dollari, 10 volte il PIL mondiale.

Le origini dell’attuale fenomeno di finanziarizzazione dell’economia possono essere individuate nei due shock petroliferi e nelle sconfitte che la classe lavoratrice ha subito a partire dagli anni Settanta in Europa e negli USA, con la quota di reddito destinata ai profitti in costante aumento e la quota destinata ai salari in costante calo. Oltre ad un forte aumento delle diseguaglianze in tutti i paesi industrializzati, queste dinamiche hanno causato un ingrandimento esponenziale dei mercati finanziari: per via dei “petrol-dollari” e in generale dei profitti in cerca di allocazioni ad alto rendimento, ma anche per la necessità di finanziare i consumi tramite debito (dato che i salari non crescono). Il costante processo di deregolamentazione dei mercati dei capitali, attuato negli ultimi tre decenni, ha chiaramente giocato un ruolo, permettendo e assecondando lo sviluppo incontrollato del settore finanziario. Nel caso delle commoditis agricole, negli anni Novanta sono state rimosse le barriere che limitavano l’ingresso di attori speculativi sui mercati a futuri, mentre nel 2000 (con il Commodity Exchange Modernization Act) sono state completamente deregolamentate le transazioni Over the Counter (scambi bilaterali al di fuori dei mercati regolamentati).

Nel 1936, dopo una crisi finanziaria per alcuni aspetti simile a quella attuale, accompagnata anch’essa da un forte incremento della speculazione sulle materie prime, negli USA fu approvata una legge, che attribuisce agli organismi di regolamentazione il compito di “diminuire, eliminare o prevenire i fenomeni di eccessiva speculazione che causano improvvisi o irragionevoli fluttuazioni nei prezzi delle materie prime”6. Questa legge, seppure svuotata nei contenuti, è ancora in vigore. Quello che alcuni studiosi, alcune istituzioni e molte Organizzazioni Non Governative stanno chiedendo, in fondo, è semplicemente l’applicazione di tale legge.

 
PER SAPERNE DI PIU’ (alcuni riferimenti bibliografici sparsi per un introduzione all’argomento):

Sulla finanziarizzazione dei mercati delle materie prime agricole

Selected writings on excessive speculation in Agricultural Commodities 

Sul mercato a futuri del petrolio: 

– Salvatore Carollo (2010) – C’era una volta il prezzo del petrolio

Sulla finanziarizzazione dei mercati delle materie prime:

– UNCTAD (Settembre 2012)

 

(questo articolo è stato pubblicato su Sbilanciamoci.info il 19 Marzo 2013)


 

(1) Il dato qui citato si riferisce ad una media dei prezzi al barile delle tipologie Brent, WTI e Dubai.

(2)Del resto è difficile pensare che i fondamentali del mercato (da un lato l’estrazione di petrolio e minerali e i raccolti agricoli, dall’altro i consumi globali) possano, nel breve periodo, registrare delle variazioni così ampie da giustificare gli andamenti descritti. Inoltre, anche prescindendo da quest’ultimo aspetto, i fondamentali dei singoli mercati, se possono servire ad interpretare il comportamento diversificato delle singole commodities, non riescono però a spiegare i trend generalizzati riscontrati per tutte le principali materie prime, agricole e non. In ogni caso, i dati su estrazione e consumi del petrolio e delle materie prime energetiche, e i dati della FAO e del dipartimento USA per l’agricoltura sulle scorte agricole dei paesi esportatori, non indicano che ci siano stati forti divari tra produzione e consumi nei periodi in questione.

(3)I futures (contratti a futuri) sono contratti standardizzati e negoziabili in Borsa, tramite i quali l’acquirente si impegna ad acquistare, ad una determinata data futura e per un determinato prezzo, l’attività sottostante. Nel caso in questione l’attività sottostante è una quantità stabilita di barili di materie prime.

(4) Questi dati provengono dal libro di Salvatore Carollo (2010) “C’era una volta il prezzo del petrolio”

(5) Il dato è tratto dai report della CFTC, l’organismo USA di regolamentazione dei mercati a futuri sulle commodities.

(6) Si tratta del Commodity Exchange Act, una legge federale degli USA approvata nel 1936

Il secondo boom edilizio italiano

 

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, il nostro paese ha vissuto un nuovo boom edilizio, trainato dall’espansione dei principali sistemi metropolitani. La crescita demografica, la riduzione dei tassi d’interesse e l’aumento della spesa pubblica per infrastrutture hanno permesso al settore delle costruzioni di tornare a svolgere un ruolo di traino dell’economia e di attrazione dei capitali, anche a causa della mancanza di una grande industria nazionale in grado di svolgere questo ruolo. Le carenze del settore pubblico nel regolamentare l’espansione edilizia hanno portato alla creazione di nuove aree intensamente urbanizzate, intorno alle grandi città, estremamente carenti dal punto di vista dei servizi e della mobilità. Oggi è necessario ricominciare ad investire nella riqualificazione urbana e nei sistemi di trasporto pubblico, e ciò può avvenire solo tramite un ruolo attivo delle pubbliche amministrazioni.

 

L’edilizia italiana sta attraversando una durissima crisi, questo lo sappiamo bene. Il settore sta subendo un forte ridimensionamento, ma anche una profonda trasformazione[1]. Le cause della crisi sono molteplici, ma possiamo ricondurle a due principali ordini di motivazioni:

– fattori “esterni” al settore, legati principalmente all’impatto della crisi finanziaria ed economica, che ha fatto crollare la disponibilità di credito e la capacità di spesa delle famiglie.

– fattori “interni” al settore, riconducibili a una crisi ciclica da sovra-produzione.

Per il settore delle costruzioni, infatti, la crisi è arrivata a seguito di un periodo di forte espansione. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila il nostro paese ha vissuto un boom edilizio che non ha precedenti negli ultimi quattro decenni. Dobbiamo tornare agli anni Cinquanta, alla fase della ricostruzione post-bellica e dell’urbanizzazione, per trovare un’espansione edilizia più intensa e duratura (vedi grafico). Quali caratteri ha avuto il boom edilizio di fine anni Novanta – inizio anni Duemila? Quali fattori l’hanno reso possibile?

 
 

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L’ESPANSIONE DEI SISTEMI METROPOLITANI

La fase espansiva 1997-2005 è consistita in gran parte nella costruzione di nuove abitazioni residenziali, e si è concentrata principalmente nei sistemi metropolitani più forti economicamente, quelli in grado di offrire maggiori opportunità occupazionali. Dunque, si è costruito per ampliare i centri urbani economicamente propulsivi. In questo modo, tra 1997 e 2007 sono “atterrati” sul territorio italiano 1,1 miliardi di metri cubi di nuove cubature edilizie residenziali.

L’espansione urbana più forte e diffusa si è verificata nel triangolo che ha per vertici Bologna, Trieste e Milano e sulla costa adriatica. Ma un’intensa attività di costruzione di nuove abitazioni ha interessato tutti quei territori che hanno registrato incrementi occupazionali sensibili (la zona tra Firenze e Siena, il nord del Lazio, l’area intorno a Cagliari in Sardegna…). Come vedremo più avanti, ciò suggerisce che fattori demografici, e in particolare flussi migratori (dall’estero ma anche interni) legati a motivazioni economico-occupazionali, abbiano giocato un ruolo importante nel favorire l’espansione.

 

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L’EDILIZIA COME MOTORE DELL’ECONOMIA

Nel ricercare i fattori determinanti dell’espansione edilizia 1997-2005, è utile in primo luogo contestualizzarla all’interno delle macro-dinamiche dell’economia italiana. La struttura produttiva italiana ha imboccato da almeno tre decenni un sentiero declinante e da oltre dieci anni il PIL ha smesso di crescere. E’ dal 2000 che l’economia italiana non registra un’espansione degna di questo nome. Tra i 185 paesi inclusi nel database del Fondo Monetario Internazionale, solo Zimbabwe e Libia (paesi sconvolti da terribili crisi interne) sono cresciuti meno dell’Italia nel periodo 2000-2011.

 

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Il nostro paese, a causa di insufficienti investimenti in ricerca e sviluppo, domanda aggregata debole e mancanza di una politica industriale pubblica, ha sviluppato un gap di produttività rispetto agli altri paesi avanzati e ha subito una sorta di deindustrializzazione. Non a torto si è parlato della “scomparsa dell’Italia industriale”[2], per indicare la sostanziale uscita del nostro paese da settori industriali nei quali fino agli anni ‘60/’70 eravamo in grado di competere sui mercati internazionali: l’industria informatica, l’industria chimica, l’aeronautica civile, le telecomunicazioni, la metalmeccanica high tech.  L’entrata nella moneta unica europea ha aggravato questa dinamica, eliminando la possibilità di compensare il divario di competitività tramite svalutazioni competitive e aiuti di Stato alle imprese.

 
 

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Parallelamente, il declino dei salari reali ha indebolito ulteriormente la domanda interna. Così siamo arrivati, alla fine degli anni Novanta, ad avere un’economia trainata da due soli fattori propulsivi: l’export (nei settori del c.d. “made in Italy”, nei quali grazie ai distretti industriali siamo rimasti competitivi) e l’edilizia. Come era già successo negli anni Cinquanta, le costruzioni si sono trovate di nuovo a svolgere un ruolo di traino dell’economia e di attrazione dei capitali, a causa della mancanza di una grande industria nazionale in grado di svolgere questo ruolo. Ovviamente possiamo interpretare questa dinamica anche da una prospettiva opposta: la possibilità di realizzare rendite grazie all’espansione edilizia ha distolto ulteriormente i capitali dall’industria in senso stretto, dato che le costruzioni offrivano dei rendimenti maggiori.

Fatto questa necessaria premessa, possiamo individuare tre grandi fattori alla base del recente boom edilizio:

– Incremento demografico e fenomeni migratori

– Riduzione dei tassi di sconto

– Crescita della spesa per opere pubbliche

 

I “PRESUPPOSTI” PER L’ESPANSIONE: CRESCITA DEMOGRAFICA E MIGRAZIONI

L’incremento demografico, o più precisamente il forte aumento del numero delle famiglie/alloggio[3]è stato causato in primo luogo dai forti flussi migratori in entrataCampanelli, 2012).

 

FIGURA3

 

LA “BENZINA” DELL’ESPANSIONE EDILIZIA: MUTUI E CREDITO ALLE COSTRUZIONI

Tassi d’interesse più bassi rispetto al passato sono stati resi possibili dall’entrata dell’Italia nell’Euro, che (almeno prima dei recenti attacchi speculativi) ha prodotto un abbassamento dei premi al rischio sul debito italiano, e quindi un generale abbassamento del costo del credito. Per di più, tra il 2002 e il 2005 la Banca Centrale Europea ha mantenuto i tassi d’interesse di riferimento[5] su livelli particolarmente bassi, sull’onda di quanto stava facendo la Federal Reserve in America.

La riduzione dei tassi di sconto ha provocato un incremento della domanda di asset, sia immobiliari sia finanziari, e di conseguenza un aumento della loro produzione e del loro prezzo di mercato. Ciò è accaduto in quasi tutti i paesi industrializzati, producendo bolle speculative nei mercati creditizi e immobiliari di molti paesi. In Italia questa dinamica è stata meno esplosiva rispetto a quanto avvenuto in USA, Irlanda, Spagna e Inghilterra, per via di un minore utilizzo di strumenti finanziari complessi. Tali strumenti, nei paesi in cui sono stati utilizzati maggiormente, hanno permesso al sistema finanziario di assecondare in modo sostanzialmente illimitato la domanda di credito per l’acquisto di immobili e attivi finanziari. Tuttavia è innegabile che, anche nel nostro paese, tassi d’interesse più bassi rispetto al passato abbiano giocato un ruolo importante nell’alimentare la fase espansiva del ciclo edilizio.

Dal lato dell’offerta, la riduzione dei tassi di sconto ha reso più redditizio l’investimento nel settore immobiliare, mentre dal lato della domanda ha reso più favorevoli le condizioni di accesso ai mutui. Secondo i dati della Banca d’Italia, le erogazioni di nuovi finanziamenti per l’acquisto di abitazioni sono cresciute costantemente tra 1998 e 2006, con una crescita media annua del 21,4%, raggiungendo nel 2006 il picco di 66,8 miliardi di Euro erogati nel corso dell’anno. I finanziamenti alle imprese di costruzioni hanno registrato una crescita analoga, anche se meno intensa, culminata nel 2007.

 

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IL RUOLO PRO-CICLICO DELL’INVESTIMENTO PUBBLICO

Anche il mercato delle opere pubbliche ha fornito un contributo significativo alla fase espansiva che stiamo descrivendo. Gli investimenti in opere del genio civile sono aumentati costantemente tra il 1995 e il 2005, con un tasso di crescita medio annuo del 5% circa, per poi declinare negli anni successivi. I bandi di gara per l’esecuzione di opere pubbliche, in termini di importi totali a base d’asta, hanno registrato una forte crescita durante i primi anni Duemila, che ha portato al picco storico del 2004, per poi declinare velocemente a partire dal 2005, e assestarsi (per ora) su livelli più bassi. Il numero di bandi per opere pubbliche ha invece imboccato un trend decrescente da quasi quindici anni, come conseguenza della scelta, da parte dell’autorità pubblica, di concentrare le risorse disponibili sulle grandi opere (Tascedda, 2012).

 

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MESCOLARE GLI INGREDIENTI….

La combinazione dei fattori appena descritti ha reso possibile una crescita senza precedenti nel settore costruzioni italiano, culminata nel picco degli investimenti, delle compravendite e dei prezzi di metà anni Duemila (figura 7). Durante tale periodo, la produzione edilizia è aumentata del 24%, le compravendite immobiliari sono aumentate del 63%, mentre i prezzi medi, secondo le stime del CRESME, sono aumentati del 48%[6].

 

figura7

 

QUALCHE RIFLESSIONE CONCLUSIVA

L’andamento “boom & bust” del settore costruzioni italiano pone delle questioni importanti. L’espansione di fine anni Novanta e dei primi anni Duemila è stata caratterizzata da insufficiente regolamentazione e coordinamento da parte dell’autorità pubblica. Il sistema di ripartizione della rendita fondiaria ha creato incentivi perversi, che hanno portato il sistema a indirizzarsi verso il consumo di territorio, impedendo un miglioramento qualitativo della progettazione e della realizzazione di manufatti edilizi (nonostante nello stesso tempo la qualità dei materiali da costruzione e degli impianti abbia conseguito degli importanti miglioramenti dovuti all’innovazione tecnologica e all’accresciuta concorrenza) e soprattutto provocando un complessivo peggioramento dal punto di vista dell’urbanistica e della vivibilità delle città.

Sono state create delle nuove aree intensamente urbanizzate, intorno ai più importanti centri urbani, nelle quali i servizi ai cittadini sono quanto meno carenti (si pensi ad esempio all’interland romano) e la mobilità costosa e difficoltosa (oltre che insostenibile dal punto di vista ambientale ed ecologico). In questo modo è stata peggiorata la condizione di numerose famiglie, spesso espulse dalle zone centrali per via dell’aumento dei prezzi. Oggi è necessaria un’inversione di rotta. La crisi del settore e la fine della fase espansiva possono rappresentare un punto di svolta, per dirottare gli investimenti dalla nuova produzione edilizia alla riqualificazione del patrimonio esistente e delle aree urbane.

Gli interventi necessari (riqualificazione delle aree urbane, piani per delocalizzare le attività produttive, creazione di sistemi di mobilità pubblica sostenibile) sono tali da richiedere un ruolo attivo del settore pubblico, sia nell’investimento diretto di risorse pubbliche sia (soprattutto) nell’indirizzare i capitali privati tramite forme di pianificazione, programmazione e regolamentazione, che sono mancate negli anni del boom.

 
 


[1] Alla quale ho dedicato un precedente intervento: “Le costruzioni in Italia tra crisi e trasformazione”

[2] GALLINO L. (2003), “La scomparsa dell’Italia industriale”, Einaudi, Torino


[3]
La famiglia/alloggio è definita come gruppo di individui stabilmente residenti nella stessa abitazione.

[4] Si veda Banca d’Italia (2009) per un’analisi econometrica dell’impatto della pressione demografica dovuta all’immigrazione sul mercato immobiliare, ed in particolare sui prezzi delle abitazioni.

[5] Ci si riferisce in particolare al tasso di partecipazione alle operazioni di rifinanziamento principali, che indica le condizioni alle quali la Banca Centrale è disposta a effettuare transazioni con il mercato.

[6] In Italia non esiste per ora una fonte ufficiale per i prezzi medi delle abitazioni a livello aggregato. Le stime più accreditate sono quelle dell’OMI-Agenzia del Territorio, del CRESME, del Consulente Immobiliare, di Nomisma oltre a quelle delle varie agenzie immobiliari.