Manovra 2015: la politica fiscale non cambia verso

Nell’attuale contesto di deflazione e debolezza della domanda, la politica fiscale risulta decisiva nell’influenzare l’andamento dell’economia. Il 28 Ottobre – a seguito di una trattativa con la Commissione Europea – il Governo ha diffuso il testo aggiornato della cosiddetta “Legge di Stabilità”, che detta gli indirizzi per il 2015.

Renzi l’ha presentata con tanto di slides, parlando di una manovra “espansiva ed anti-ciclica”, che per di più rappresenta “la più grande riduzione di tasse mai attuata da un governo nella storia della Repubblica”. Quest’ultima osservazione ha qualche fondamento – la riduzione di tasse in effetti è rilevante – la prima invece è falsa: la manovra è recessiva. Vediamo perchè.

UN’ALTRA MANOVRA RECESSIVA

Il fatto è che Renzi si è limitato a giocare su un equivoco. La manovra prevede un disavanzo aggiuntivo di 5,9 miliardi rispetto a quanto sarebbe avvenuto a legislazione invariata (la previsione iniziale era di 11 miliardi, poi abbassati a seguito dello scambio di missive con la Commissione Europea). In questo senso si è parlato di manovra espansiva, ma si tratta di un’interpretazione molto discutibile. Infatti questo dato ha senso solo se contestualizzato. Lo Stato italiano concluderà il 2014 con un avanzo primario pari all 1,9% del PIL, il che significa che le tasse supereranno la spesa pubblica di scopo (al netto degli interessi) di quasi due punti di PIL. Senza alcun intervento, nel 2015 l’avanzo primario sarebbe salito automaticamente al 2,9% del PIL (ovviamente si tratta di una previsione basata su estrapolazioni).

I 5,9 miliardi di disavanzo aggiuntivo previsti dalla manovra rappresentano quindi una riduzione dell’avanzo primario 2015 rispetto a quello che sarebbe stato senza alcun intervento. Renzi, in altre parole, si è limitato a evitare l’aumento del saldo primario e a mantenerlo all’incirca costante rispetto al 2014. Anche nel 2015 lo Stato drenerà dall’economia più risorse di quelle che immette, e secondo il piano programmatico del Governo lo farà all’incirca nella stessa misura in cui lo ha fatto nel 2014. Da questo punto di vista, la politica fiscale non ha affatto cambiato verso.

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LA RIDUZIONE DELLA SPESA PUBBLICA E DELLA TASSAZIONE

Andiamo a vedere più nel dettaglio la manovra di Renzi. Formalmente, il “disavanzo aggiuntivo” di 5,9 miliardi deriva principalmente da un aumento della spesa netta (4,3 miliardi) e in misura minore da una riduzione delle entrate fiscali (1,2 miliardi). Tuttavia questa classificazione è fuorviante, perché tra le spese la voce principale è la stabilizzazione degli sgravi fiscali ai lavoratori dipendenti (i famigerati ’80 euro’), che costa 9,5 miliardi di Euro. Se questa voce fosse classificata come uno sgravio fiscale – come dovrebbe essere, visto che in sostanza è  uno sgravio della tassazione sul lavoro – ci si accorgerebbe che la manovra è costituita in realtà da un forte taglio delle tasse, compensato quasi totalmente da una forte riduzione della spesa pubblica. Più precisamente, quello che Renzi ha tagliato sono i finanziamenti agli Enti Locali: ha tolto 3,5 miliardi alle Regioni e 2,3 a Comuni e Province.

Manovra 2015

Ricapitolando, la politica fiscale di Renzi consiste grosso modo in questo: mantenere l’avanzo primario allo stesso livello del 2014, ridurre le tasse e ridurre la spesa pubblica (in particolare i finanziamenti agli Enti locali). 

Il problema è che durante una crisi come questa, tagliare la spesa pubblica significa deprimere ulteriormente la domanda aggregata e intensificare la deflazione. E i tagli alle tasse non compensano la riduzione della domanda provocata dai tagli alla spesa, perché se una minore spesa pubblica si traduce per intero in minore domanda di beni e servizi, una parte degli sgravi fiscali verrà invece risparmiata. (Tecnicamente, il moltiplicatore della spesa è maggiore del moltiplicatore della tassazione.) Quindi tagliare le tasse e allo stesso tempo la spesa pubblica significa introdurre un ulteriore elemento di depressione dell’economia. Altro che politica “anti-ciclica”. La forte riduzione dei finanziamenti agli Enti locali si tradurrà in ulteriori riduzioni degli investimenti pubblici, oltre che in ulteriori cali del livello qualitativo e quantitativo dei servizi pubblici e delle infrastrutture.

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Daniele Girardi

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