Costruzioni e crescita economica in Italia (1950-2011)

 

Il settore costruzioni tende a trainare l’economia nelle prime fasi dell’industrializzazione, per poi ridurre progressivamente il proprio peso quando l’economia ha raggiunto un certo grado di maturità. In Italia il punto di svolta sembra essere arrivato a fine anni Sessanta, quando le costruzioni hanno smesso di svolgere il ruolo di traino della crescita economica e la loro importanza economica ha iniziato a declinare. A metà anni Novanta si è però verificata una temporanea inversione di tendenza, con un vero e proprio nuovo boom edilizio, conclusosi a metà anni Duemila con l’arrivo della crisi.

 

COSTRUZIONI E CRESCITA ECONOMICA: IL MODELLO TEORICO

A partire dagli anni ’70 gli economisti hanno iniziato a interrogarsi circa il ruolo svolto dal settore costruzioni nei processi di sviluppo economico[1].  Per altri settori dell’economia il nesso appariva già piuttosto chiaro. All’avviarsi del processo di crescita economica il settore agricolo tende a perdere peso, in termini di risorse e occupazione, a favore dell’industria (industrializzazione). Questa a sua volta, nelle economie mature, subisce una fuoriuscita di fattori produttivi, attirati dal comparto dei servizi (terziarizzazione). Accademici come Turin e Strassman, e altri dopo di loro [2], si chiesero se anche il settore delle costruzioni seguisse un qualche tipo di traiettoria che riflettesse il grado di sviluppo economico di un paese.

Sulla base di analisi statistiche cross-section e dopo qualche correzione di rotta, si giunse alla conclusione che il settore delle costruzioni, all’aumentare del reddito pro-capite di un paese (indicatore scelto per misurare il fenomeno della crescita economica), segue una traiettoria ad U rovesciata, come il settore industriale. Cioè il peso delle costruzioni sull’economia cresce nelle prime fasi dello sviluppo, per poi cominciare a decrescere una volta che l’economia ha raggiunto un certo livello di industrializzazione.

Nei paesi a basso reddito pro-capite le costruzioni tendono, infatti, ad aumentare progressivamente il proprio peso economico[3]. L’urbanizzazione e la realizzazione delle infrastrutture fondamentali (strade, ferrovie, acquedotti, …) e degli impianti produttivi sono i processi che trainano le prime fasi della crescita economica. Così il settore delle costruzioni registra tipicamente tassi di crescita maggiori rispetto al resto dell’economia, aumentando il proprio peso relativo. Anche perché è un settore che in questa fase richiede un livello di imprenditorialità meno sofisticato e assorbe una grande quantità di manodopera non qualificata, per cui è particolarmente adatto a trainare la crescita economica in questa fase iniziale.

Tuttavia, una volta che i fenomeni elencati (urbanizzazione, infrastrutturazione, industrializzazione) hanno esaurito la propria spinta, perché ormai giunti a maturità, la dinamica s’inverte. L’investimento in costruzioni comincia a crescere in misura minore rispetto al resto dell’economia, che ormai è trainata dalla crescita della produttività dell’industria e dei servizi. La quota delle costruzioni nella domanda diminuisce, a favore di beni a maggiore contenuto tecnologico. Cosi, nelle economie industrializzate il peso economico del settore costruzioni tende a seguire una traiettoria declinante. Il modello stilizzato è molto semplice e intuitivo. Ma si adatta bene alla realtà italiana?

 
 

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COSTRUZIONI E CRESCITA ECONOMICA IN ITALIA

Per misurare il peso del settore costruzioni sull’economia italiana possiamo utilizzare principalmente tre indicatori: il contributo alla formazione di valore aggiunto, la produzione del settore in percentuale sulla produzione nazionale complessiva, e la quota di occupati. Per il tema che stiamo affrontando le prime due misure sembrano le più adatte.

La serie storica che ci permette di andare più lontano nel tempo è quella sulla produzione del settore. Per il periodo che va dal 1926 al 2010 abbiamo tre serie Istat, in principio non comparabili tra loro ma che per i nostri scopi possiamo rendere comparabili effettuando un’omogeneizzazione molto rozza[4].  I dati sembrano confermare la validità del modello nel contesto italiano. Se si escludono gli anni della seconda guerra mondiale e i due immediatamente successivi (durante i quali è stata vietata ogni attività di nuova costruzione allo scopo di indirizzare le poche risorse disponibili alla ricostruzione), l’importanza economica delle costruzioni è cresciuta costantemente nel periodo dell’industrializzazione, fino a raggiungere un picco nel 1970, per poi iniziare a declinare quando l’economia era ormai industrializzata (Grafico 2).

 
 

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In effetti, mettendo in relazione il livello di reddito procapite con il peso delle costruzioni sull’economia (misurato tramite la produzione), come si è fatto nel grafico 3, osserviamo una traiettoria che ricorda abbastanza bene quella stilizzata del grafico 1. Negli anni Cinquanta e Sessanta il peso delle costruzioni sull’economia è cresciuto al crescere del pil procapite. Nella fase successiva la relazione si è invertita, come previsto dal modello: a partire dagli anni Settanta il peso economico delle costruzioni ha iniziato a scendere mentre il pil procapite cresceva. E’ interessante notare come a metà anni Novanta si sia registrata una nuova temporanea inversione del rapporto: durante il boom edilizio di fine anni Novanta-inizio anni Duemila, il peso delle costruzioni sull’economia ha ripreso a crescere al crescere del reddito procapite, segno che le costruzioni stavano di nuovo crescendo a un tasso maggiore rispetto agli altri settori economici. Utilizzando come indicatore del peso delle costruzioni sull’economia il contributo alla formazione di valore aggiunto (grafico 4), il risultato è sostanzialmente analogo, anzi l'”anomalia” del periodo 1996-2006 è ancora più evidente.
 
 
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TRE PUNTI DI SVOLTA: 1970, 1997, 2007

I dati suggeriscono che il settore costruzioni ha trainato la crescita economica italiana negli anni Cinquanta e Sessanta. A fine anni Sessanta si è raggiunto il punto di svolta: l’economia ha raggiunto un grado di maturità e di capitale fisso edilizio tale da non permettere più una crescita degli investimenti in costruzioni maggiore della crescita economica. Così, negli anni Settanta e Ottanta la dinamica si è invertita, e gli investimenti in costruzioni si sono stabilizzati mentre il Pil reale continuava a crescere.

A metà anni Novanta è però scoppiato un nuovo boom edilizio. Il settore costruzioni ha assunto nuovamente un ruolo di traino della crescita economica. Il nuovo boom delle costruzioni ha però assunto caratteri speculativi ed è sfociato in una crisi da sovraproduzione, che arrivando in concomitanza con la crisi finanziaria globale ha provocato la peggiore crisi del dopoguerra per il settore costruzioni italiano, che nel periodo 2007-2012 è andato peggio del resto dell’economia, tornando a ridurre il proprio peso economico.

 
 

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NOTA: Questo articolo si limita all’analisi descrittiva di alcuni dati statistici per desumerne delle tendenze generali. Chiaramente dietro le tendenze quantitative qui esposte ci sono le circostanze storiche, le politiche, le dinamiche economiche, demografiche e sociali. Proveremo a raccontarle sinteticamente in un prossimo intervento.

(questo pezzo è stato pubblicato sul portale Edilbox a settembre 2012


[1] Il dibattito era fortemente influenzato dalla visione allora dominante. Lo sviluppo economico era visto come un percorso unico, contrassegnato da varie fasi che tutti i paesi avrebbero dovuto attraversare per compiere il passaggio da un’economia di sussistenza (“arretrata”) ad una industrializzata (“sviluppata”). Crescita economica e modernizzazione erano i due pilastri di questo modello, unico per tutti i paesi e disegnato sul modello occidentale. Gli investimenti erano considerati la forza propulsiva dello sviluppo, che era completamente identificato con la crescita economica . Oggi fortunatamente lo sviluppo economico è considerato, almeno dagli studiosi, come un concetto molto più ampio e complesso. Possiamo quindi dire che ciò che è stato studiato dagli autori in questione non è il ruolo delle costruzioni nello sviluppo economico, ma più semplicemente la relazione tra costruzioni e crescita economica.

[2] Si fa riferimento in particolare a Turin (1969 e 1978), Strassmann (1970), Bon (1992) e Crosthwaite (2000). Un’analisi più recente è Girardi e Mura (2014).

[3] misurato tramite la quota di valore aggiunto o tramite la quota di produzione sul totale dell’economia

[4] In particolare abbiamo una serie per il periodo 1926-1950), una per il periodo 1951-1970 (entrambe tratte da Istat, 1975) e una per il periodo 1970-2009 (Conti Economici Nazionali). Non sono comparabili perché la prima è al loro delle duplicazioni della PA, del credito e delle assicurazioni, la seconda è al netto di credito e assicurazioni ma a lordo della PA, la terza è al netto delle duplicazioni. I dati sono stati omogeneizzati e portati al livello della terza serie (al netto delle duplicazioni) utilizzando le osservazioni comuni alle serie per stimare un rapporto medio tra le serie, e applicandolo poi a tutto il campione.

 

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