Archivi autore: Daniele Girardi

Perchè i Governi stanno sbagliando le previsioni?

Governi e istituzioni internazionali hanno sottovalutato le conseguenze depressive delle politiche di austerità perché basano le proprie previsioni su modelli irrealistici e con un forte contenuto ideologico. Gli stessi modelli sono alla base delle riforme strutturali che i Governi europei stanno portando avanti.

 

Negli ultimi anni le previsioni del Governo e delle istituzioni internazionali sull’andamento dell’economia italiana si sono rivelate sistematicamente ottimistiche (come ha ricordato in questi giorni Emiliano Brancaccio). Lo stesso Ministero delle Finanze, nella nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2014, riconosce che

“tanto i governi quanto gli organismi internazionali hanno ripetutamente peccato di ottimismo e sono stati poi costretti a posticipare le previsioni di ripresa per l’Italia e per l’Area dell’Euro”.

(Con involontaria ironia, qualche pagina dopo la parte previsionale del documento annuncia che secondo gli economisti del Ministero la ripresa arriverà tra pochi mesi.)

Prendiamo ad esempio le previsioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), probabilmente il più autorevole tra i previsori istituzionali. Il Fondo Monetario da quattro anni prevede nel suo report di Ottobre l’arrivo imminente della ripresa; ripresa che poi puntualmente non si manifesta (vedi grafico). Gli stessi errori di sopravvalutazione delle prospettive economiche sono stati compiuti da tutte le principali istituzioni (OCSE, CE, BCE, Governo) e hanno riguardato sostanzialmente tutte le economie dell’Area Euro.

 

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PIL Italia – Previsioni del modello di equilibrio economico generale dell’FMI e valori realizzati
(valori deflazionati; 2010=100)
Fonte: Elaborazione dell’autore su dati FMI World Economic Outlook, varie edizioni

 

Perché governi e istituzioni economiche internazionali continuano a prendere cantonate, prevedendo continuamente una ripresa che non arriva mai, mentre l’economia in realtà sprofonda sempre di più nella stagnazione e nella deflazione? Nell’anno in cui l’errore di previsione è stato maggiore (il 2012), il FMI ha riconosciuto pubblicamente di avere “sottostimato i moltiplicatori fiscali”. In altre parole, è stato sottovalutato l’effetto depressivo delle riduzioni della spesa pubblica e degli aumenti di tasse, cioè delle politiche di austerità.

 

DIETRO LE PREVISIONI SBAGLIATE C’E’ UN MODELLO DELL’ECONOMIA POCO CREDIBILE…

Il Fondo Monetario Internazionale, così come le altre principali istituzioni, utilizza per elaborare le proprie previsioni dei modelli matematici basati sulla visione ‘neoclassica’ dell’economia. In particolare si tratta dei cosidetti DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium) models, cioè modelli basati sulla teoria neoclassica dell’equilibrio economico generale [1]. Si tratta di una teoria che ha le sue origini nella seconda metà dell’Ottocento [2], e che è fondata su una visione entusiastica e un pò naive del capitalismo. L’idea di base è che in assenza di imperfezioni e impedimenti, il libero mercato tende a impiegare pienamente ed efficientemente tutti i fattori produttivi e a far crescere l’economia in modo stabile. Secondo questa teoria, se solo ci fosse perfetta concorrenza il mercato realizzerebbe “il migliore dei mondi possibili”.

Sfortunatamente però la visione neoclassica dell’economia è completamente irrealistica. La teoria dell’equilibrio economico generale infatti funziona solo se si assume che in ogni mercato ci sia un banditore d’asta che consente l’equilibrio immediato di domanda e offerta in ogni istante e che le persone siano in grado di prevedere perfettamente il futuro (o alternativamente che ci siano mercati a futuri per tutti i possibili beni e servizi, anche quelli che non sono stati ancora inventati) [3]. Questo vale anche per il mercato del lavoro: si assume che non ci possa mai essere disoccupazione involontaria nel lungo periodo. L’assunzione di piena occupazione dei fattori produttivi è giustificata sulla base della cosiddetta ‘legge di Say’, secondo cui tutto ciò che viene risparmiato è automaticamente investito, per cui non si può mai verificare una carenza di domanda aggregata. Tali teorie hanno un contenuto ideologico molto marcato: rappresentano un’apologia del capitalismo non-regolamentato. Ignorano l’importanza della domanda aggregata e delle istituzioni.

I fondatori di questo approccio erano consapevoli dell’altissimo livello di astrazione della teoria, e difficilmente avrebbero consigliato di utilizzarla come base per un modello previsionale. Ad esempio Frank Hahn è stato un importante (e argutissimo) economista neoclassico, e con i suoi lavori ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo della moderna teoria dell’equilibrio economico generale. Egli difendeva il modello sul piano teorico, tuttavia era chiarissimo sul fatto che esso rappresenta solo un grande esperimento intellettuale,  e riconosceva che “come teoria su come funziona il mondo, è falsa” (Hahn, 1973, p.324) [4].

 

…E QUALCHE RITOCCO PSEUDO-KEYNESIANO QUA E LA NON E’ SUFFICIENTE

Per fare si che il modello possa contemplare l’esistenza della disoccupazione almeno nel breve periodo, vengono inseriti nei modelli DSGE degli elementi ad hoc che producono questo risultato. In particolare si introducono nel modello le cosiddette rigidità, principalmente nella forma di salari che non sono abbastanza flessibili e impediscono l’incontro della domanda e dell’offerta nel mercato del lavoro. Così le discrepanze tra il modello neoclassico ‘panglossiano’ e l’economia reale vengono spiegate con degli impedimenti, che in alcune circostanze impediscono temporaneamente ai mercati di esprimere pienamente i propri effetti benefici.

Inserire nell’impianto teorico neoclassico delle ‘rigidità’, in modo da ottenere un modello che ha qualche caratteristica pseudo-Keynesiana nel breve periodo, ma che resta neoclassico nel lungo, non appare un modo soddisfacente di correggere i difetti del modello. Ne esce fuori una visione dell’economia schizofrenica, nella quale le dinamiche di breve termine, nelle quali la domanda può avere qualche influenza e ci può essere disoccupazione, sono completamente sconnesse da quelle di lungo periodo, in cui l’economia converge inevitabilmente verso posizione ‘naturale’ di pieno impiego, sulla quale le dinamiche della domanda sono totalmente ininfluenti.

Chiaramente, è l’impostazione di base che va cambiata, se l’analisi economica vuole essere in grado di dire qualcosa sul mondo reale e non essere un semplice gioco intellettuale per matematici estrosi. La storia ci insegna che l’evoluzione della domanda aggregata è un fattore fondamentale nella crescita di lungo periodo dell’economia, così come lo sono l’evoluzione del contesto istituzionale e l’intervento dello Stato nell’economia. L’osservazione della realtà mostra chiaramente che la disoccupazione è un elemento strutturale di tutte le economie capitalistiche, non un elemento transitorio di breve periodo, dovuto a impedimenti al funzionamento dei mercati. E’ sbagliato partire dall’assunzione che ci siano nel libero mercato meccanismi che tendono automaticamente alla piena occupazione. In realtà la piena occupazione è stata raggiunta poche volte nella storia delle economie capitalistiche e sempre con il contributo di un forte intervento Statale.

Non tutti gli economisti sono convinti della teoria neoclassica ed esistono delle visioni alternative che attribuiscono alla domanda aggregata il ruolo di motore della crescita e che quindi hanno previsto correttamente che le politiche di austerità avrebbero provocato stagnazione e deflazione. (Per una introduzione sintetica si veda ad esempio questa presentazione di Antonella Stirati ad un convegno organizzato da Rethinking Economics. O le interpretazioni della crisi avanzate nell’ebook Oltre l’Austerità, a cura di Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti.)

 

RIFORME STRUTTURALI? RIPENSIAMOCI…

I modelli neoclassici non sono usati soltanto per produrre previsioni sbagliate sull’andamento del PIL. E’ sulla base di queste teorie che sono state concepite le cosiddette ‘riforme strutturali’ che i Governi europei, Renzi in primis, stanno portando avanti. Sulla base di una certa versione di queste teorie si è giustificata l’idea che l’austerità potesse essere ‘espansiva’, cioè portare alla crescita. Secondo gli economisti panglossiani i problemi dell’Italia sono il mercato del lavoro troppo rigido e la spesa pubblica troppo alta. (Per inciso, in Italia la spesa pubblica per abitante è perfettamente in linea con la media OCSE e inferiore a quella dei paesi più ricchi, e la protezione dei lavoratori dipendenti sotto molti aspetti è inferiore che in Germania). In questo modo si continua a ignorare il principale problema dell’economia italiana – la carenza di domanda aggregata – e si propongono politiche che lo aggravano ulteriormente. Finchè una visione dell’economia ‘panglossiana’, che ha dimostrato di ignorare aspetti determinanti della realtà, continua ad essere la guida delle politiche economiche europee, non c’è da aspettarsi molto di più che stagnazione e deflazione.

(questo articolo è stato pubblicato su Sbilanciamoci.info il 19 Novembre 2014)


[1] Nello specifico, il modello utilizzato dal FMI è descritto dagli economisti del Fondo a questo link

[2] In particolare la teoria dell’equilibrio economico generale nella sua versione moderna (o “di breve periodo”) è stata proposta dall’economista francese Leon Walras negli anni ’70 dell’Ottocento.
[3] Mi riferisco qui alla versione Walrasiana che è oggi adottata. Esiste anche un’altra versione della teoria di equilibrio economico generale, che è stata definita delle “posizioni di lungo periodo”, elaborata da autori come Wicksell. Tuttavia questa versione soffre di un’importante incongruenza interna legata alla trattazione del capitale, ed è stata perciò abbandonata dagli stessi economisti neoclassici.
[4]Ho scoperto questa frase di Hahn grazie alla tesi di dottorato di Ariel Dvoskin.

Manovra 2015: la politica fiscale non cambia verso

Nell’attuale contesto di deflazione e debolezza della domanda, la politica fiscale risulta decisiva nell’influenzare l’andamento dell’economia. Il 28 Ottobre – a seguito di una trattativa con la Commissione Europea – il Governo ha diffuso il testo aggiornato della cosiddetta “Legge di Stabilità”, che detta gli indirizzi per il 2015.

Renzi l’ha presentata con tanto di slides, parlando di una manovra “espansiva ed anti-ciclica”, che per di più rappresenta “la più grande riduzione di tasse mai attuata da un governo nella storia della Repubblica”. Quest’ultima osservazione ha qualche fondamento – la riduzione di tasse in effetti è rilevante – la prima invece è falsa: la manovra è recessiva. Vediamo perchè.

UN’ALTRA MANOVRA RECESSIVA

Il fatto è che Renzi si è limitato a giocare su un equivoco. La manovra prevede un disavanzo aggiuntivo di 5,9 miliardi rispetto a quanto sarebbe avvenuto a legislazione invariata (la previsione iniziale era di 11 miliardi, poi abbassati a seguito dello scambio di missive con la Commissione Europea). In questo senso si è parlato di manovra espansiva, ma si tratta di un’interpretazione molto discutibile. Infatti questo dato ha senso solo se contestualizzato. Lo Stato italiano concluderà il 2014 con un avanzo primario pari all 1,9% del PIL, il che significa che le tasse supereranno la spesa pubblica di scopo (al netto degli interessi) di quasi due punti di PIL. Senza alcun intervento, nel 2015 l’avanzo primario sarebbe salito automaticamente al 2,9% del PIL (ovviamente si tratta di una previsione basata su estrapolazioni).

I 5,9 miliardi di disavanzo aggiuntivo previsti dalla manovra rappresentano quindi una riduzione dell’avanzo primario 2015 rispetto a quello che sarebbe stato senza alcun intervento. Renzi, in altre parole, si è limitato a evitare l’aumento del saldo primario e a mantenerlo all’incirca costante rispetto al 2014. Anche nel 2015 lo Stato drenerà dall’economia più risorse di quelle che immette, e secondo il piano programmatico del Governo lo farà all’incirca nella stessa misura in cui lo ha fatto nel 2014. Da questo punto di vista, la politica fiscale non ha affatto cambiato verso.

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LA RIDUZIONE DELLA SPESA PUBBLICA E DELLA TASSAZIONE

Andiamo a vedere più nel dettaglio la manovra di Renzi. Formalmente, il “disavanzo aggiuntivo” di 5,9 miliardi deriva principalmente da un aumento della spesa netta (4,3 miliardi) e in misura minore da una riduzione delle entrate fiscali (1,2 miliardi). Tuttavia questa classificazione è fuorviante, perché tra le spese la voce principale è la stabilizzazione degli sgravi fiscali ai lavoratori dipendenti (i famigerati ’80 euro’), che costa 9,5 miliardi di Euro. Se questa voce fosse classificata come uno sgravio fiscale – come dovrebbe essere, visto che in sostanza è  uno sgravio della tassazione sul lavoro – ci si accorgerebbe che la manovra è costituita in realtà da un forte taglio delle tasse, compensato quasi totalmente da una forte riduzione della spesa pubblica. Più precisamente, quello che Renzi ha tagliato sono i finanziamenti agli Enti Locali: ha tolto 3,5 miliardi alle Regioni e 2,3 a Comuni e Province.

Manovra 2015

Ricapitolando, la politica fiscale di Renzi consiste grosso modo in questo: mantenere l’avanzo primario allo stesso livello del 2014, ridurre le tasse e ridurre la spesa pubblica (in particolare i finanziamenti agli Enti locali). 

Il problema è che durante una crisi come questa, tagliare la spesa pubblica significa deprimere ulteriormente la domanda aggregata e intensificare la deflazione. E i tagli alle tasse non compensano la riduzione della domanda provocata dai tagli alla spesa, perché se una minore spesa pubblica si traduce per intero in minore domanda di beni e servizi, una parte degli sgravi fiscali verrà invece risparmiata. (Tecnicamente, il moltiplicatore della spesa è maggiore del moltiplicatore della tassazione.) Quindi tagliare le tasse e allo stesso tempo la spesa pubblica significa introdurre un ulteriore elemento di depressione dell’economia. Altro che politica “anti-ciclica”. La forte riduzione dei finanziamenti agli Enti locali si tradurrà in ulteriori riduzioni degli investimenti pubblici, oltre che in ulteriori cali del livello qualitativo e quantitativo dei servizi pubblici e delle infrastrutture.

Totò, Peppino e la banda degli onesti

La monetizzazione del debito e lo spettro dell’inflazione

Su Lavoce, due economisti italiani affermano che “il problema dell’Italia è l’elevato livello di debito pubblico” e sostengono che se anche la BCE accettasse di effettuare operazioni straordinarie per ridurre l’onere del debito, queste misure avrebbero impatti pesanti per l’economia reale(1). In particolare produrrebbero un elevato tasso di inflazione, devastante per il potere d’acquisto dei lavoratori. Per cui non c’è nulla da fare: dobbiamo ‘stringere la cinghia’. L’articolo si iscrive quindi nel ricco filone “l’austerità sarà anche brutta, ma non ci sono alternative”, il più frequentato dai sostenitori dei tagli al bilancio pubblico da quando il filone “l’austerità favorisce la crescita” è stato abbandonato per perdita di credibilità.

Le operazioni straordinarie di cui stiamo parlando consisterebbero, in sintesi, nello stampare moneta(2)e utilizzarla per acquistare titoli di Stato, in modo da ridurre gli interessi sul debito. Un’operazione anche nota come “quantitative easing”(3). In pratica, ci spiegano Lippi e Schivardi, questo significherebbe immettere nel sistema economico una quantità di nuova moneta pari all’ammontare dei titoli acquistati. “Ci sono pochi dubbi – continuano i nostri – che l’enorme aumento della massa monetaria condurrebbe a un proporzionale aumento dei prezzi”. “Monetizzare” una quantità significativa del nostro debito pubblico provocherebbe “tassi di inflazione a due cifre per un decennio”, con gravi conseguenze per “tutti i percettori di redditi fissi”, cioè per tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati.  Insomma una catastrofe.

Mi scusino i due professori ma io qualche dubbio ce l’ho. Temo infatti che nel loro ragionamento ci sia un errore basilare, evidente anche ad uno studentello imberbe come me. Se un’economia è lontana dalla piena occupazione non c’è alcun motivo per cui uno stimolo monetario (cioè un aumento della quantità di moneta a disposizione di cittadini, banche e imprese) dovrebbe generare “un proporzionale aumento dei prezzi”. In effetti, la Banca Centrale degli Stati Uniti sta “monetizzando” il debito da quattro anni e a grandi ritmi ma l’inflazione USA è rimasta molto bassa.

Immaginiamo un’economia in cui tutti i fattori di produzione sono pienamente utilizzati: non è possibile aumentare la produzione. Se aumenta la quantità di moneta detenuta dai cittadini, aumenterà la loro domanda di beni e servizi. Non potendo aumentare la produzione, l’aumento di domanda genererà automaticamente un proporzionale aumento dei prezzi. Ecco l’alta inflazione contro cui ci mettono in guardia Lippi e Schivardi. Ma in un economia in cui ci sono lavoratori disoccupati e impianti che non lavorano a pieno regime, un aumento della domanda genera un aumento della produzione, più che dei prezzi. Ora, è chiaro a tutti che l’Italia è un economia lontanissima dalla piena occupazione.

Nelle attuali condizioni, in Italia la “monetizzazione” del debito genererebbe tutt’al più un moderato aumento dell’inflazione. E dato che siamo in deflazione, questa sarebbe una buona notizia, non certo la catastrofe paventata da Lippi e Schivardi. Lo stimolo monetario potrebbe semmai contribuire a ridurre la disoccupazione. Inoltre il quantitative easing indebolirebbe il tasso di cambio dell’Euro, attualmente troppo alto secondo molti osservatori, dando una boccata d’aria alle nostre imprese esportatrici.

Forse alcuni economisti sono così abituati a lavorare sui modelli cosiddetti “neoclassici”, in cui solitamente si assume che l’economia sia perennemente in piena occupazione, da dimenticare che nel nostro paese i fattori produttivi sono sottoccupati. Fatto sta che “monetizzare” il debito dei paesi periferici avrebbe semmai ricadute positive sull’economia europea (la cui portata non va però sopravvalutata, sopratutto in assenza di una politica fiscale espansiva). Agitare lo spettro di un’inflazione a due cifre, nell’attuale fase di deflazione cronica, suona francamente grottesco. Il vero problema è che nell’Eurozona non sussistono le condizioni politiche per effettuare la monetizzazione del debito. E questo è uno dei motivi per cui la permanenza nell’Eurozona si sta rivelando insostenibile per i paesi del Sud Europa.

(Questo articolo è stato pubblicato su Politica & Economia, il blog del prof.Sergio Cesaratto, il 17 maggio 2014)

(In questo articolo – il cui titolo è certamente eccessivo – “Il mio blog di economia e finanza” rafforza la mia tesi con dei grafici che mostrano come l’inflazione sia sostanzialmente incorrelata alla crescita della base monetaria, sia nell’Eurozona sia negli USA.)


(1) L’articolo è questo.

(2) Ovviamente nel 2014 la creazione di moneta non richiede la stampa di nuove banconote, ma semplicemente di accreditare le somme sui conti in banca dei beneficiari.

(3) Per saperne di più sulle varie tipologie di quantitative easing che la BCE potrebbe mettere in campo e i loro probabli effetti, si veda esempio l’articolo di Bergamini e Cesaratto su Economia e Politica.

Il nuovo boom immobiliare di USA, UK e Germania

 

Dalla metà del 2012 alcune grandi economie mature (USA, UK, Germania) hanno ripreso a trainare il mercato immobiliare globale. Il nuovo boom dell’immobiliare appare più sostenibile in USA e Germania che in Inghilterra.

 

Dopo il crollo dovuto allo scoppio della bolla negli Usa e in diversi paesi europei, una prima fase di ripresa del mercato immobiliare globale si è aperta nella seconda metà del 2009, sulla spinta dei mercati emergenti e in particolare della forte crescita dei prezzi delle case in Cina. La ripresa dei mercati immobiliari mondiali è stata quindi trainata in una prima fase dalle economie emergenti. Questa spinta si è però gradualmente affievolita, per via delle politiche restrittive attuate nei BRICs per contrastare l’inflazione ed evitare il rischio di bolle immobiliari, ma anche a causa dei fattori strutturali che hanno provocato il grande rallentamento delle economie emergenti. Un nuovo trend di crescita si è affermato a partire dal 2012, questa volta trainato dalla ripresa di alcune grandi economie avanzate (in particolare USA, UK e Germania).

 
 

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STATI UNITI

Diversi fattori hanno determinato il nuovo boom del settore immobiliare negli USA. I più importanti sono stati probabilmente: bassi tassi d’interesse e iniezioni di liquidità della Fed; ripresa dell’economia; forte crollo dei prezzi immobiliari durante la crisi (il rapporto prezzi/redditi è sceso al di sotto della media di lungo periodo, incentivando gli acquisti di immobili); afflusso di capitali stranieri.

E’ naturale domandarsi se il nuovo boom sia sostenibile o se si tratti di un’altra bolla speculativa, come sostenuto recentemente da alcuni commentatori. Si tratta di un tema complesso e non esiste una risposta certa. Tuttavia gli indicatori disponibili sembrano indicare che, a livello nazionale, i prezzi non hanno per ora raggiunto livelli insostenibili, nè ci sono segni di sopravvalutazione. I prezzi sono ad un livello storicamente basso rispetto ai redditi: il rapporto prezzi/redditi è infatti inferiore del 12% rispetto alla sua media di lungo periodo (mentre nel momento di picco della recente bolla speculativa, prima del grande crollo, il rapporto aveva superato del 30% la media storica). I prezzi d’acquisto non sembrano sopravvalutati nemmeno rispetto ai prezzi di affitto: il rapporto tra queste due variabili è infatti superiore solo del 2% rispetto alla media di lungo periodo, un valore che non sembra indicativo di una bolla

 
 
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GRAN BRETAGNA

In UK la ripresa del settore immobiliare ha recuperato slancio nel secondo trimestre 2012, per poi accelerare progressivamente nel corso dell’anno e sopratutto nel 2013. Contrariamente a quanto accaduto negli USA, l’impulso è arrivato prima dai prezzi, mentre le compravendite residenziali hanno iniziato a crescere solo nell’ultimo trimestre 2012. Le transazioni non-residenziali sono invece rimaste stabili fino al secondo trimestre 2013, quando hanno iniziato a crescere sulla scia di una ripresa economica più forte del previsto. La nuova fase di crescita interessa sopratutto l’enorme area metropolitana londinese, nella quale i valori immobiliari stanno crescendo a un ritmo più che doppio rispetto alla media nazionale.

L’accelerazione del secondo trimestre 2013  è stata probabilmente supportata da un’inaspettata accelerazione della crescita economica. Tuttavia la crescita del settore immobiliare britannico è iniziata prima, ed è stata causata principalmente da due fattori: una crescita della domanda significativamente maggiore rispetto alla nuova produzione edilizia e una politica governativa di forte supporto al settore. Nell’area metropolitana londinese i prezzi sono oggi più elevati del 30% circa rispetto al picco del 2007.

 
 
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Al contrario di quello statunitense, il boom del mercato immobiliare britannico pone dei forti problemi di sostenibilità. In UK la correzione al ribasso dei prezzi dopo l’esplosione della bolla speculativa è stata decisamente minore rispetto a quella osservata negli States. Il rapporto prezzi/redditi è rimasto alto rispetto ai valori storici e i nuovi incrementi lo hanno innalzato ulteriormente. Ciò suggerisce che gli immobili siano oggi sopravvalutati, sia rispetto ai redditi sia rispetto agli affitti, e che una rilevante correzione al ribasso potrebbe prima o poi arrivare. Tra l’altro il settore immobiliare inglese, storicamente, è particolarmente prono a fluttuazioni cicliche. Inoltre lo schema governativo di garanzie sui mutui (la seconda fase del programma Help to Buy) appare potenzialmente in grado di alimentare una bolla speculativa, dato che distorce gli incentivi per le banche esentandole da una parte delle eventuali perdite in caso di fallimento del mutuatario.

 
 

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GERMANIA

In Germania i valori immobiliari sono in aumento dalla seconda metà del 2010. Gli incrementi di compravendite e prezzi hanno riguardato sia il settore residenziale sia il non-residenziale. Secondo un recente report della Bundesbank (Ottobre 2013), gli aumenti di prezzo hanno riguardato principalmente i maggiori centri urbani e i condomini. Tuttavia negli ultimi mesi la crescita dei prezzi si è iniziata a trasmettere anche alle aree rurali e ai centri minori, divenendo un fenomeno generalizzato. In ogni caso, la crescita del settore residenziale è stata trainata principalmente dall’area metropolitana berlinese.

 
 
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La Germania è tra i pochi paesi avanzati in cui i prezzi immobiliari sono rimasti stabili tra il 2000 e il 2010. Non c’è stata alcuna bolla speculativa e di conseguenza neanche alcun crollo dopo il 2007. La progressiva crescita che stiamo osservando dalla fine del 2010 è stata causata principalmente dall’aumento della domanda, con l’offerta che è cresciuta a ritmi inferiori. L’accelerazione della domanda è dovuta, a sua volta, a una solida crescita economica e alla crescita del numero di famiglie (determinata dall’immigrazione e dalla diminuzione nel numero medio di componenti). Inoltre il settore immobiliare tedesco è stato favorito dai bassissimi tassi d’interesse di cui il paese gode a causa della crisi finanziaria europea, che si sono trasmessi al mercato dei mutui. Anche il clima di incertezza sui mercati finanziari globali ha contribuito, spingendo gli investori a rivolgersi in modo crescente al mercato del mattone. In effetti l’indice immobiliare tedesco DIX (Deutsche Immobilien Index), che stima il ritorno medio degli investimenti nel settore immobiliare, nel 2012 ha registrato la performance migliore da quando l’indice viene calcolato (1995), grazie a una forte crescita della redditività degli investimenti in edilizia residenziale.

Secondo i modelli econometrici applicati dalla Bundesbank nel suo recente report, la crescita dei prezzi delle case negli ultimi tre anni non ha rispecchiato per intero i fondamentali del mercato (crescita demografica e crescita dei redditi) ma è dovuta anche a fattori finanziari. Tuttavia non ci sono i segni di una dinamica speculativa. La crescita dei mutui è stata molto limitata. Inoltre i prezzi di acquisto sono ancora a livelli storicamente molto bassi in relazione ai redditi e agli affitti. La crescita del settore immobiliare tedesco appare quindi sostenibile e secondo la Bundesbank e gli altri osservatori continuerà nei prossimi anni.

 
 
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(questo articolo rappresenta un estratto sintetico dal Focus “IL MERCATO IMMOBILIARE NELLE ECONOMIE AVANZATE: LA NUOVA FASE DI CRESCITA IN USA, GERMANIA E UK”, che ho realizzato per il 21o Rapporto Congiunturale e Previsionale CRESME).

(articolo pubblicato sul portale Edilbox.it il 9 Dicembre 2013)

Perché lo spread si è abbassato?

Lo spread è in discesa dall’estate 2012 perchè la BCE si è impegnata a fare qualsiasi cosa serva per preservare l’unione monetaria. In generale, l’andamento dello spread italiano sembra dipendere da rischio di uscita dall’Euro, interventi della BCE e prospettive sulla crescita economica, mentre la politica interna è quasi ininfluente.
 
 
La differenza tra il tasso d’interesse sui titoli di Stato italiani e su quelli tedeschi – il tristemente famoso “spread” – è in calo da quasi un anno e mezzo. Oggi si attesta intorno ai 240 punti base, meno della metà dei 519 raggiunti in media nel mese di Novembre 2011. Come si spiegano le due impennate dello spread, culminate nei due picchi dell’inverno 2011 e dell’estate 2012, e la discesa che osserviamo dalla seconda metà del 2012?
 
 
L’ANDAMENTO RECENTE E LE SUE CAUSE

Una semplice analisi descrittiva, che evidenzia quali sono stati i punti di svolta nel ‘ciclo dello spread’ italiano e fa un confronto con quello spagnolo, come abbiamo fatto nel grafico qui sotto, fornisce alcune chiare indicazioni:

(1) gli andamenti sono comuni: come evidenziato da recenti studi econometrici, c’è una forte componente sistemica di fondo, dovuta al rischio di deflagrazione dell’unione monetaria. Gli investitori temono di prestare soldi all’Italia in Euro e di vederseli restituire in una divisa nazionale fortemente svalutata;

(2) le due grandi fasi ascendenti sono state avviate nella primavera 2010 dalla crisi del debito greca e nella primavera 2012 dall’annuncio che le economie italiana e spagnola erano entrate ufficialmente in recessione

(3) le due inversioni di tendenza in senso positivo (cioè di passaggio da una fase in cui lo spread sale a una in cui scende) sono avvenute in corrispondenza di interventi e annunci della Banca Centrale Europea. Nel Dicembre 2011 la BCE ha avviato il programma LTRO, che ha fornito liquidità illimitata alle banche europee. Nella primavera-estate 2012 Draghi ha annunciato che avrebbe fatto “qualsiasi cosa fosse necessaria” per salvare la moneta unica, inoltre è stato approvato il programma OMT, che permette alla BCE di acquistare direttamente titoli di Stato (quindi di svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza) in caso di recrudescenza della crisi, a patto che i paesi interessati si vincolino a un piano di riforme strutturali;

(4) le due fasi in cui gli andamenti italiano e spagnolo si sono disaccoppiati sono state nell’autunno 2011 (quando lo spread italiano era maggiore) e nella prima parte del 2012 (quando lo spread spagnolo è salito maggiormente). La prima è coincisa con le ultime fasi del Governo Berlusconi, la seconda con la crisi delle banche spagnole, quando è stato reso pubblico che queste ultime avrebbero necessitato un bail-out.

 

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Tirando le somme, la recente discesa è dovuta all’impegno della BCE a impedire in ogni modo la rottura dell’unione monetaria, unito al suo nuovo potere di acquistare direttamente titoli di Stato in caso di necessità. La politica interna non sembra avere alcun influenza significativa sull’andamento dello spread, e nemmeno sul differenziale tra Italia e Spagna, con l’unica eccezione dell’inverno 2011. Allora il Governo Berlusconi, che aveva messo in dubbio l’impegno a rimanere nell’Euro, è stato sostituito dal Governo Monti, che al contrario aveva come primo obiettivo la permanenza nella moneta unica, riportando lo spread italiano in linea con quello spagnolo. A determinare salite e discese dello spread sembrano quindi essere le azioni della BCE, le prospettive sulla crescita economica e i rischi di rottura dell’unione monetaria europea.

 

(questo articolo è stato pubblicato su Edilbox il 16 Ottobre 2013)

Sull’IMU ha vinto il blocco edilizio

Il provvedimento del governo rappresenta una nuova vittoria del ‘blocco edilizio’, una formazione sociale che da 50 anni condiziona la politica economica del nostro paese

 

Pochi hanno colto il significato più profondo della sostituzione dell’Imu con una tassa sui servizi(1). Il provvedimento del governo Letta non rappresenta ‘soltanto’ una misura fiscale regressiva – cioè che alza le tasse ai più poveri per abbassarle ai più ricchi. È anche e soprattutto una nuova vittoria del ‘blocco edilizio’, una formazione sociale che da 50 anni condiziona la politica economica del nostro paese, condannando l’Italia ad un modello di sviluppo basato sulla rendita immobiliare e sull’immobilismo sociale – a scapito dei redditi dei lavoratori ma anche dello sviluppo industriale.

Di blocco edilizio parlò per la prima volta Valentino Parlato in un articolo sul manifesto. Si tratta di una formazione sociale, una lobby potremmo dire, capitanata da palazzinari, grandi costruttori, proprietari terrieri e colossi immobiliari – in parte spalleggiati dalle banche cui questi soggetti sono legati a doppio filo – e in grado di mobilitare quando necessario una moltitudine di piccoli proprietari della classe media, tramite i propri mezzi di comunicazione (ad esempio i giornali di proprietà dei grandi costruttori) e i propri referenti politici.

La prima grande mobilitazione del blocco edilizio avvenne nel 1962 per affossare la legge urbanistica proposta dal ministro democristiano dei lavori pubblici Fiorentino Sullo, mirata a limitare fortemente la rendita fondiaria. Oggi il blocco è forte almeno quanto allora, indebolito dalla crisi delle costruzioni ma ancora più influente politicamente. Non solo Berlusconi, esso stesso grande costruttore, con i suoi condoni edilizi e i “piani casa”, ma anche amministrazioni comunali di centro-sinistra estremamente compiacenti (si pensi alla Roma di Rutelli e Veltroni). Se negli anni ’60 e ’70 il blocco edilizio era in concorrenza con il capitale industriale nell’influenzare la politica – e spesso gli interessi erano contrapposti, ad esempio perché i prezzi alti delle case provocavano pressioni al rialzo sui salari – oggi il blocco edilizio ha come unici veri avversari le associazioni della società civile che lottano in difesa del territorio e qualche isolata amministrazione locale virtuosa.

Certo il settore delle costruzioni ha un ruolo importante nell’economia italiana e la crisi lo sta impattando in modo devastante, con conseguenze drammatiche anche sui lavoratori del comparto. Per cui si potrebbe pensare che in questa fase aiutare le costruzioni, o almeno non penalizzarle, sia nell’interesse del paese. Ma sarebbe sbagliato, oggi, identificare gli interessi del “blocco edilizio” con quelli del settore delle costruzioni nel suo insieme. Quest’ultimo rappresenta più che mai un settore complesso, e il blocco edilizio ne è soltanto la parte più potente e conservatrice, quella che vince tutti gli appalti, strizzando a volte l’occhio all’illegalità e al crimine organizzato. Lo Stato dovrebbe intervenire a sostegno del settore non abolendo l’Imu, ma con una politica industriale che aiuti quelle imprese che innovano puntando sulla qualità, sulla bioedilizia, sulla riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare.

Detassare la proprietà immobiliare servirà solo a rallentare la necessaria discesa dei prezzi immobiliari, dando una temporanea e illusoria boccata d’aria a chi ha costruito troppo durante il boom dei primi anni duemila e a chi gli ha prestato i soldi. Le costruzioni italiane dovrebbero invece essere accompagnare dall’intervento pubblico in un processo di selezione e riconfigurazione, per passare dall’essere il settore del cemento a quello della riconversione energetica. Solo in questo modo le costruzioni potrebbero tornare a trainare l’economia, contribuendo alla ripresa e alla crescita dei redditi. Purtroppo tra il dire e il fare c’è il governo del blocco edilizio.

(questo articolo è stato pubblicato su Sbilanciamoci.info il 20 Settembre 2013)


(1) Una delle poche eccezioni è questo articolo di Paolo Berdini sul Manifesto


PER SAPERNE DI PIU’:

Valentino Parlato – “Il blocco edilizio”

Edoardo Salzano – “La proposta di Fiorentino Sullo e la sua sconfitta”

“Il secondo boom edilizio italiano”

“Barili di carta”: crisi finanziaria e prezzi delle materie prime

 

Le recenti fluttuazioni dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali non sono giustificate dalle dinamiche della produzione e dei consumi. Piuttosto, sembrano essere il risultato della cosiddetta finanziarizzazione: nuovi attori, slegati dal mercato reale e a vocazione speculativa (banche d’investimento, hedge funds, finanziarie) sono entrati sui mercati a futuri delle materie prime, riversandovi ingenti capitali (nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari) e trasformandoli in mercati prevalentemente finanziari. Sulla base di questi eventi, è possibile spiegare in modo più convincente i recenti andamenti di prezzo delle principali materie prime.

 
 

A partire dalla seconda metà degli anni Duemila, i prezzi delle materie prime sui mercati internazionali hanno registrato delle fluttuazioni sorprendenti, interrompendo una lunga fase di stabilità e moderazione che durava da oltre due decenni. Prima la forte ascesa, culminata nel picco dell’estate 2008, cui ha fatto seguito un crollo ancor più rapido; a partire dalla primavera 2010 una nuova impennata, che nel 2011 ha portato i prezzi a raggiungere e superare i livelli record di inizio 2008. Nell’ultimo anno e mezzo l’andamento è stato incerto, con una complessiva tendenza discendente.

 
 

Figura 1 – Gli indici di prezzo calcolati dal Fondo Monetario Internazionale (2005=100)
fig1

Fonte: Internatonal Monetary Fund 

 
 

Ad esempio, il prezzo medio di un barile di petrolio greggio1 è salito del 146% tra gennaio 2007 e giugno 2008, per poi crollare del 69% nei sei mesi successivi e registrare una nuova crescita del 157% nei successivi due anni e mezzo. Analogamente, il costo di una tonnellata di soia è più che raddoppiato (+116%) tra gennaio 2007 e giugno 2008, per poi scendere del 42% nella seconda metà dell’anno e risalire del 57% nei successivi 24 mesi. Le altre principali materie prime hanno registrato andamenti analoghi (Figura 1).

Ci sono tre aspetti principali, di cui tener conto nell’interpretare queste dinamiche:

  • l’intensità delle fluttuazioni, superiore anche a quella osservata durante gli shock petroliferi degli anni Settanta;
  • il fatto che abbiano accomunato tutte le principali materie prime (energetiche ed agricole ma anche metalli). Mai, almeno nel passato recente, gli andamenti dei prezzi delle diverse materie prime erano stati cosi simili tra loro;
  • la sostanziale impossibilità di spiegare questi andamenti unicamente sulla base dei cosiddetti fondamentali del mercato. In altre parole produzione e consumi non hanno registrato delle dinamiche tali da giustificare queste

Se, come sembrano suggerire i dati, le dinamiche produzione-consumo non sono sufficienti a spiegare le recenti fluttuazioni dei prezzi delle materie prime, né la loro accresciuta volatilità, è opportuno chiedersi cosa sia cambiato nel mercato internazionale di queste commodities rispetto ai decenni precedenti, quando gli shock di prezzo erano ben riconducibili ad avvenimenti decisivi per il mercato fisico. Negli anni Duemila i mercati a futuri delle commodities, quelli che ne determinano il prezzo, sono diventati dei mercati prevalentemente finanziari, distaccandosi dalla propria natura originaria.

Semplificando, i mercati a futuri servono ai produttori per fissare in anticipo i prezzi a cui venderanno le materie prime nei mesi successivi (ad esempio un produttore agricolo può fissare in anticipo il prezzo a cui venderà il suo raccolto) e ai grandi consumatori (industrie che usano le commodities come input per i propri processi produttivi) per fissare in anticipo il prezzo a cui le compreranno. In questo modo, chi opera sul mercato “fisico” di una materia prima può proteggersi dalle fluttuazioni dei prezzi acquistando e vendendo contratti a futuri3. Nell’ultimo decennio, però, i mercati a futuri delle commodities hanno cambiato natura, a seguito dell’entrata in campo di nuovi attori a vocazione puramente speculativa: banche d’investimento, hedge funds, finanziarie. Queste istituzioni finanziarie hanno riversato una quantità ingente di liquidità su tali mercati, nell’ordine delle migliaia di milardi di dollari ogni anno, cambiandone completamente la struttura.

 
IL BOOM DEI DERIVATI FINANZIARI SULLE MATERIE PRIME

L’entrata in gioco degli investitori finanziari, infatti, ha provocato una decuplicazione delle transazioni sui mercati a futuri delle materie prime, senza che a questo immenso aumento del volume d’affari sia corrisposto un aumento delle operazioni sul mercato fisico. Prendiamo ad esempio il mercato del petrolio. Tra gennaio 2008 e maggio 2009, sul mercato reale sono state effettuate transazioni per 923 miliardi di dollari, su quello finanziario per quasi 23 mila miliardi. Ovvero il valore monetario scambiato sul mercato finanziario è stato 25 volte maggiore rispetto a quello scambiato sul mercato reale. Durante il mese di giugno 2008, quando il prezzo del Brent ha raggiunto il picco, sul mercato sono stato scambiati circa 700 milioni di barili “reali” e 20.000 milioni di barili “di carta”4.

Se il petrolio ha una natura duale, ovvero è sia una materia prima energetica che un asset finanziario, nell’ultimo decennio è quest’ultima caratterizzazione ad essere diventata prevalente. Ma non è solo il petrolio ad essere stato oggetto di speculazione finanziaria. Sul mercato a futuri della soia, tra 2006 e 2011, i contratti stipulati da operatori del mercato reale sono stati circa 130 milioni, contro 156 milioni effettuati da investitori finanziari5. Better Markets, una no-profit statunitense, ha calcolato che la quota di mercato degli investitori finanziari sul mercato a futuri del grano è passata dal 12% del 1996 al 65% nel 2008. Lo stesso è accaduto per le altre principali materie prime. Attori puramente finanziari, a vocazione speculativa, sono diventati i principali operatori del mercato.

Le istituzioni finanziarie intervengono sui mercati a futuri delle materie prime per ottenere profitti “scommettendo” sulle future variazioni dei prezzi, per “parcheggiare” capitali finanziari nei periodi di incertezza, per diversificare i propri portafogli. Comprano un contratto a futuri e poi lo rivendono a un prezzo più alto, prima che arrivi a scadenza (senza dover quindi avere a che fare con il “sottostante”, cioè con la materia prima “fisica”). Oppure, se pensano che il prezzo si abbasserà, vendono allo scoperto per poi ricomprare a un prezzo minore. In alcuni casi comprano un “paniere” prefissato di commodities e poi sostituiscono ogni contratto col successivo quando si avvicina la scadenza, in modo da mantenere nel proprio portafoglio d’investimento una costante quota di “esposizione” alle materie prime che li protegge dall’inflazione e dalle fluttuazioni del tasso di cambio del dollaro, oltre a ridurre l’impatto di eventuali crolli dei mercati finanziari tradizionali sui profitti complessivi.

 
UN’INTERPRETAZIONE “FINANZIARIA” DELLE RECENTI FLUTTUAZIONI DEI PREZZI

Alla luce di quanto appena visto, possiamo interpretare meglio i recenti andamenti di prezzo delle materie prime. Nei primi anni Duemila gli investitori finanziari, in cerca di investimenti alternativi dopo il crollo azionario del 1999-2000, hanno investito ingenti capitali nei mercati dei derivati: futures e opzioni sulle commodities ma sopratutto titoli legati al mercato immobiliare USA. Nel 2006/2007, quando i prezzi delle case negli USA hanno iniziato a calare, banche e finanziarie hanno iniziato a ritirare i capitali che avevano investito nei titoli legati ai mutui immobiliari, e a dirottarli sui mercati delle commodities. Tra il 2007 e l’inizio del 2008, il numero di derivati finanziari scambiati aventi per oggetto materie prime è aumentato del 214%, mentre il valore nominale dei contratti a futuri scambiati Over The Counter (al di fuori dei mercati regolamentati) è aumentato di un impressionante 900 per cento. Questa fase ha corrisposto un aumento vertiginoso dei prezzi di tutte le principali materie prime, come abbiamo visto.

Nella seconda metà del 2008 la crisi finanziaria ha raggiunto il suo apice. Gli investitori finanziari, colpiti da una grave crisi di liquidità e in molti casi a rischio fallimento, hanno iniziato a liquidare tutti gli asset in proprio possesso, nel tentativo di ricapitalizzarsi e coprire le perdite che stavano subendo a causa dei “titoli tossici”. Così, le istituzioni finanziarie hanno venduto i contratti a futuri sulle materie prime in proprio possesso, causando il crollo dei prezzi del petrolio, dei metalli e dei beni agricoli. (Nella seconda metà del 2008, il numero di commodity futures scambiati nelle borse centralizzate è calato del 20%, mentre il valore nominale dei derivati OTC sulle materie prime è sceso del 67%). Forse i lettori che hanno più dimestichezza con queste tematiche avranno già notato, a questo punto, che la seconda ascesa dei prezzi delle materie prime agricole (2010-2011) ha coinciso proprio con la fase di ripresa dei mercati finanziari, sulla spinta delle iniezioni di denaro pubblico e della discesa dei tassi d’interesse delle Banche Centrali.

 
 

Figura 2 – Contratti a futuri sulle commodities scambiati nelle borse centralizzate (mln. di contratti)
fig2

Fonte: Elaborazione propria su dati Bank of International Settlements

 

fig3

Figura 3 – Derivati finanziari sulle commodities scambiati Over The Counter
(valore nominale in mld. di US$)

 
 
 
QUALCHE RIFLESSIONE CONCLUSIVA: LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA E LA DEREGOLAMENTAZIONE DEI MERCATI

La “finanziarizzazione” dei mercati delle materie prime è parte di un fenomeno più ampio. La crescita incontrollata dei mercati finanziari è infatti uno degli aspetti salienti della attuale fase del capitalismo nei paesi avanzati. Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, basti pensare che il valore nominale dei derivati finanziari scambiati Over the Counter, secondo le stime della Bank for International Settlements, è di circa 650 mila miliardi di dollari, 10 volte il PIL mondiale.

Le origini dell’attuale fenomeno di finanziarizzazione dell’economia possono essere individuate nei due shock petroliferi e nelle sconfitte che la classe lavoratrice ha subito a partire dagli anni Settanta in Europa e negli USA, con la quota di reddito destinata ai profitti in costante aumento e la quota destinata ai salari in costante calo. Oltre ad un forte aumento delle diseguaglianze in tutti i paesi industrializzati, queste dinamiche hanno causato un ingrandimento esponenziale dei mercati finanziari: per via dei “petrol-dollari” e in generale dei profitti in cerca di allocazioni ad alto rendimento, ma anche per la necessità di finanziare i consumi tramite debito (dato che i salari non crescono). Il costante processo di deregolamentazione dei mercati dei capitali, attuato negli ultimi tre decenni, ha chiaramente giocato un ruolo, permettendo e assecondando lo sviluppo incontrollato del settore finanziario. Nel caso delle commoditis agricole, negli anni Novanta sono state rimosse le barriere che limitavano l’ingresso di attori speculativi sui mercati a futuri, mentre nel 2000 (con il Commodity Exchange Modernization Act) sono state completamente deregolamentate le transazioni Over the Counter (scambi bilaterali al di fuori dei mercati regolamentati).

Nel 1936, dopo una crisi finanziaria per alcuni aspetti simile a quella attuale, accompagnata anch’essa da un forte incremento della speculazione sulle materie prime, negli USA fu approvata una legge, che attribuisce agli organismi di regolamentazione il compito di “diminuire, eliminare o prevenire i fenomeni di eccessiva speculazione che causano improvvisi o irragionevoli fluttuazioni nei prezzi delle materie prime”6. Questa legge, seppure svuotata nei contenuti, è ancora in vigore. Quello che alcuni studiosi, alcune istituzioni e molte Organizzazioni Non Governative stanno chiedendo, in fondo, è semplicemente l’applicazione di tale legge.

 
PER SAPERNE DI PIU’ (alcuni riferimenti bibliografici sparsi per un introduzione all’argomento):

Sulla finanziarizzazione dei mercati delle materie prime agricole

Selected writings on excessive speculation in Agricultural Commodities 

Sul mercato a futuri del petrolio: 

– Salvatore Carollo (2010) – C’era una volta il prezzo del petrolio

Sulla finanziarizzazione dei mercati delle materie prime:

– UNCTAD (Settembre 2012)

 

(questo articolo è stato pubblicato su Sbilanciamoci.info il 19 Marzo 2013)


 

(1) Il dato qui citato si riferisce ad una media dei prezzi al barile delle tipologie Brent, WTI e Dubai.

(2)Del resto è difficile pensare che i fondamentali del mercato (da un lato l’estrazione di petrolio e minerali e i raccolti agricoli, dall’altro i consumi globali) possano, nel breve periodo, registrare delle variazioni così ampie da giustificare gli andamenti descritti. Inoltre, anche prescindendo da quest’ultimo aspetto, i fondamentali dei singoli mercati, se possono servire ad interpretare il comportamento diversificato delle singole commodities, non riescono però a spiegare i trend generalizzati riscontrati per tutte le principali materie prime, agricole e non. In ogni caso, i dati su estrazione e consumi del petrolio e delle materie prime energetiche, e i dati della FAO e del dipartimento USA per l’agricoltura sulle scorte agricole dei paesi esportatori, non indicano che ci siano stati forti divari tra produzione e consumi nei periodi in questione.

(3)I futures (contratti a futuri) sono contratti standardizzati e negoziabili in Borsa, tramite i quali l’acquirente si impegna ad acquistare, ad una determinata data futura e per un determinato prezzo, l’attività sottostante. Nel caso in questione l’attività sottostante è una quantità stabilita di barili di materie prime.

(4) Questi dati provengono dal libro di Salvatore Carollo (2010) “C’era una volta il prezzo del petrolio”

(5) Il dato è tratto dai report della CFTC, l’organismo USA di regolamentazione dei mercati a futuri sulle commodities.

(6) Si tratta del Commodity Exchange Act, una legge federale degli USA approvata nel 1936

Costruzioni e crescita economica in Italia (1950-2011)

 

Il settore costruzioni tende a trainare l’economia nelle prime fasi dell’industrializzazione, per poi ridurre progressivamente il proprio peso quando l’economia ha raggiunto un certo grado di maturità. In Italia il punto di svolta sembra essere arrivato a fine anni Sessanta, quando le costruzioni hanno smesso di svolgere il ruolo di traino della crescita economica e la loro importanza economica ha iniziato a declinare. A metà anni Novanta si è però verificata una temporanea inversione di tendenza, con un vero e proprio nuovo boom edilizio, conclusosi a metà anni Duemila con l’arrivo della crisi.

 

COSTRUZIONI E CRESCITA ECONOMICA: IL MODELLO TEORICO

A partire dagli anni ’70 gli economisti hanno iniziato a interrogarsi circa il ruolo svolto dal settore costruzioni nei processi di sviluppo economico[1].  Per altri settori dell’economia il nesso appariva già piuttosto chiaro. All’avviarsi del processo di crescita economica il settore agricolo tende a perdere peso, in termini di risorse e occupazione, a favore dell’industria (industrializzazione). Questa a sua volta, nelle economie mature, subisce una fuoriuscita di fattori produttivi, attirati dal comparto dei servizi (terziarizzazione). Accademici come Turin e Strassman, e altri dopo di loro [2], si chiesero se anche il settore delle costruzioni seguisse un qualche tipo di traiettoria che riflettesse il grado di sviluppo economico di un paese.

Sulla base di analisi statistiche cross-section e dopo qualche correzione di rotta, si giunse alla conclusione che il settore delle costruzioni, all’aumentare del reddito pro-capite di un paese (indicatore scelto per misurare il fenomeno della crescita economica), segue una traiettoria ad U rovesciata, come il settore industriale. Cioè il peso delle costruzioni sull’economia cresce nelle prime fasi dello sviluppo, per poi cominciare a decrescere una volta che l’economia ha raggiunto un certo livello di industrializzazione.

Nei paesi a basso reddito pro-capite le costruzioni tendono, infatti, ad aumentare progressivamente il proprio peso economico[3]. L’urbanizzazione e la realizzazione delle infrastrutture fondamentali (strade, ferrovie, acquedotti, …) e degli impianti produttivi sono i processi che trainano le prime fasi della crescita economica. Così il settore delle costruzioni registra tipicamente tassi di crescita maggiori rispetto al resto dell’economia, aumentando il proprio peso relativo. Anche perché è un settore che in questa fase richiede un livello di imprenditorialità meno sofisticato e assorbe una grande quantità di manodopera non qualificata, per cui è particolarmente adatto a trainare la crescita economica in questa fase iniziale.

Tuttavia, una volta che i fenomeni elencati (urbanizzazione, infrastrutturazione, industrializzazione) hanno esaurito la propria spinta, perché ormai giunti a maturità, la dinamica s’inverte. L’investimento in costruzioni comincia a crescere in misura minore rispetto al resto dell’economia, che ormai è trainata dalla crescita della produttività dell’industria e dei servizi. La quota delle costruzioni nella domanda diminuisce, a favore di beni a maggiore contenuto tecnologico. Cosi, nelle economie industrializzate il peso economico del settore costruzioni tende a seguire una traiettoria declinante. Il modello stilizzato è molto semplice e intuitivo. Ma si adatta bene alla realtà italiana?

 
 

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COSTRUZIONI E CRESCITA ECONOMICA IN ITALIA

Per misurare il peso del settore costruzioni sull’economia italiana possiamo utilizzare principalmente tre indicatori: il contributo alla formazione di valore aggiunto, la produzione del settore in percentuale sulla produzione nazionale complessiva, e la quota di occupati. Per il tema che stiamo affrontando le prime due misure sembrano le più adatte.

La serie storica che ci permette di andare più lontano nel tempo è quella sulla produzione del settore. Per il periodo che va dal 1926 al 2010 abbiamo tre serie Istat, in principio non comparabili tra loro ma che per i nostri scopi possiamo rendere comparabili effettuando un’omogeneizzazione molto rozza[4].  I dati sembrano confermare la validità del modello nel contesto italiano. Se si escludono gli anni della seconda guerra mondiale e i due immediatamente successivi (durante i quali è stata vietata ogni attività di nuova costruzione allo scopo di indirizzare le poche risorse disponibili alla ricostruzione), l’importanza economica delle costruzioni è cresciuta costantemente nel periodo dell’industrializzazione, fino a raggiungere un picco nel 1970, per poi iniziare a declinare quando l’economia era ormai industrializzata (Grafico 2).

 
 

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In effetti, mettendo in relazione il livello di reddito procapite con il peso delle costruzioni sull’economia (misurato tramite la produzione), come si è fatto nel grafico 3, osserviamo una traiettoria che ricorda abbastanza bene quella stilizzata del grafico 1. Negli anni Cinquanta e Sessanta il peso delle costruzioni sull’economia è cresciuto al crescere del pil procapite. Nella fase successiva la relazione si è invertita, come previsto dal modello: a partire dagli anni Settanta il peso economico delle costruzioni ha iniziato a scendere mentre il pil procapite cresceva. E’ interessante notare come a metà anni Novanta si sia registrata una nuova temporanea inversione del rapporto: durante il boom edilizio di fine anni Novanta-inizio anni Duemila, il peso delle costruzioni sull’economia ha ripreso a crescere al crescere del reddito procapite, segno che le costruzioni stavano di nuovo crescendo a un tasso maggiore rispetto agli altri settori economici. Utilizzando come indicatore del peso delle costruzioni sull’economia il contributo alla formazione di valore aggiunto (grafico 4), il risultato è sostanzialmente analogo, anzi l'”anomalia” del periodo 1996-2006 è ancora più evidente.
 
 
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TRE PUNTI DI SVOLTA: 1970, 1997, 2007

I dati suggeriscono che il settore costruzioni ha trainato la crescita economica italiana negli anni Cinquanta e Sessanta. A fine anni Sessanta si è raggiunto il punto di svolta: l’economia ha raggiunto un grado di maturità e di capitale fisso edilizio tale da non permettere più una crescita degli investimenti in costruzioni maggiore della crescita economica. Così, negli anni Settanta e Ottanta la dinamica si è invertita, e gli investimenti in costruzioni si sono stabilizzati mentre il Pil reale continuava a crescere.

A metà anni Novanta è però scoppiato un nuovo boom edilizio. Il settore costruzioni ha assunto nuovamente un ruolo di traino della crescita economica. Il nuovo boom delle costruzioni ha però assunto caratteri speculativi ed è sfociato in una crisi da sovraproduzione, che arrivando in concomitanza con la crisi finanziaria globale ha provocato la peggiore crisi del dopoguerra per il settore costruzioni italiano, che nel periodo 2007-2012 è andato peggio del resto dell’economia, tornando a ridurre il proprio peso economico.

 
 

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NOTA: Questo articolo si limita all’analisi descrittiva di alcuni dati statistici per desumerne delle tendenze generali. Chiaramente dietro le tendenze quantitative qui esposte ci sono le circostanze storiche, le politiche, le dinamiche economiche, demografiche e sociali. Proveremo a raccontarle sinteticamente in un prossimo intervento.

(questo pezzo è stato pubblicato sul portale Edilbox a settembre 2012


[1] Il dibattito era fortemente influenzato dalla visione allora dominante. Lo sviluppo economico era visto come un percorso unico, contrassegnato da varie fasi che tutti i paesi avrebbero dovuto attraversare per compiere il passaggio da un’economia di sussistenza (“arretrata”) ad una industrializzata (“sviluppata”). Crescita economica e modernizzazione erano i due pilastri di questo modello, unico per tutti i paesi e disegnato sul modello occidentale. Gli investimenti erano considerati la forza propulsiva dello sviluppo, che era completamente identificato con la crescita economica . Oggi fortunatamente lo sviluppo economico è considerato, almeno dagli studiosi, come un concetto molto più ampio e complesso. Possiamo quindi dire che ciò che è stato studiato dagli autori in questione non è il ruolo delle costruzioni nello sviluppo economico, ma più semplicemente la relazione tra costruzioni e crescita economica.

[2] Si fa riferimento in particolare a Turin (1969 e 1978), Strassmann (1970), Bon (1992) e Crosthwaite (2000). Un’analisi più recente è Girardi e Mura (2014).

[3] misurato tramite la quota di valore aggiunto o tramite la quota di produzione sul totale dell’economia

[4] In particolare abbiamo una serie per il periodo 1926-1950), una per il periodo 1951-1970 (entrambe tratte da Istat, 1975) e una per il periodo 1970-2009 (Conti Economici Nazionali). Non sono comparabili perché la prima è al loro delle duplicazioni della PA, del credito e delle assicurazioni, la seconda è al netto di credito e assicurazioni ma a lordo della PA, la terza è al netto delle duplicazioni. I dati sono stati omogeneizzati e portati al livello della terza serie (al netto delle duplicazioni) utilizzando le osservazioni comuni alle serie per stimare un rapporto medio tra le serie, e applicandolo poi a tutto il campione.

 

Il secondo boom edilizio italiano

 

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, il nostro paese ha vissuto un nuovo boom edilizio, trainato dall’espansione dei principali sistemi metropolitani. La crescita demografica, la riduzione dei tassi d’interesse e l’aumento della spesa pubblica per infrastrutture hanno permesso al settore delle costruzioni di tornare a svolgere un ruolo di traino dell’economia e di attrazione dei capitali, anche a causa della mancanza di una grande industria nazionale in grado di svolgere questo ruolo. Le carenze del settore pubblico nel regolamentare l’espansione edilizia hanno portato alla creazione di nuove aree intensamente urbanizzate, intorno alle grandi città, estremamente carenti dal punto di vista dei servizi e della mobilità. Oggi è necessario ricominciare ad investire nella riqualificazione urbana e nei sistemi di trasporto pubblico, e ciò può avvenire solo tramite un ruolo attivo delle pubbliche amministrazioni.

 

L’edilizia italiana sta attraversando una durissima crisi, questo lo sappiamo bene. Il settore sta subendo un forte ridimensionamento, ma anche una profonda trasformazione[1]. Le cause della crisi sono molteplici, ma possiamo ricondurle a due principali ordini di motivazioni:

– fattori “esterni” al settore, legati principalmente all’impatto della crisi finanziaria ed economica, che ha fatto crollare la disponibilità di credito e la capacità di spesa delle famiglie.

– fattori “interni” al settore, riconducibili a una crisi ciclica da sovra-produzione.

Per il settore delle costruzioni, infatti, la crisi è arrivata a seguito di un periodo di forte espansione. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila il nostro paese ha vissuto un boom edilizio che non ha precedenti negli ultimi quattro decenni. Dobbiamo tornare agli anni Cinquanta, alla fase della ricostruzione post-bellica e dell’urbanizzazione, per trovare un’espansione edilizia più intensa e duratura (vedi grafico). Quali caratteri ha avuto il boom edilizio di fine anni Novanta – inizio anni Duemila? Quali fattori l’hanno reso possibile?

 
 

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L’ESPANSIONE DEI SISTEMI METROPOLITANI

La fase espansiva 1997-2005 è consistita in gran parte nella costruzione di nuove abitazioni residenziali, e si è concentrata principalmente nei sistemi metropolitani più forti economicamente, quelli in grado di offrire maggiori opportunità occupazionali. Dunque, si è costruito per ampliare i centri urbani economicamente propulsivi. In questo modo, tra 1997 e 2007 sono “atterrati” sul territorio italiano 1,1 miliardi di metri cubi di nuove cubature edilizie residenziali.

L’espansione urbana più forte e diffusa si è verificata nel triangolo che ha per vertici Bologna, Trieste e Milano e sulla costa adriatica. Ma un’intensa attività di costruzione di nuove abitazioni ha interessato tutti quei territori che hanno registrato incrementi occupazionali sensibili (la zona tra Firenze e Siena, il nord del Lazio, l’area intorno a Cagliari in Sardegna…). Come vedremo più avanti, ciò suggerisce che fattori demografici, e in particolare flussi migratori (dall’estero ma anche interni) legati a motivazioni economico-occupazionali, abbiano giocato un ruolo importante nel favorire l’espansione.

 

figura1

 

L’EDILIZIA COME MOTORE DELL’ECONOMIA

Nel ricercare i fattori determinanti dell’espansione edilizia 1997-2005, è utile in primo luogo contestualizzarla all’interno delle macro-dinamiche dell’economia italiana. La struttura produttiva italiana ha imboccato da almeno tre decenni un sentiero declinante e da oltre dieci anni il PIL ha smesso di crescere. E’ dal 2000 che l’economia italiana non registra un’espansione degna di questo nome. Tra i 185 paesi inclusi nel database del Fondo Monetario Internazionale, solo Zimbabwe e Libia (paesi sconvolti da terribili crisi interne) sono cresciuti meno dell’Italia nel periodo 2000-2011.

 

figura2

 

Il nostro paese, a causa di insufficienti investimenti in ricerca e sviluppo, domanda aggregata debole e mancanza di una politica industriale pubblica, ha sviluppato un gap di produttività rispetto agli altri paesi avanzati e ha subito una sorta di deindustrializzazione. Non a torto si è parlato della “scomparsa dell’Italia industriale”[2], per indicare la sostanziale uscita del nostro paese da settori industriali nei quali fino agli anni ‘60/’70 eravamo in grado di competere sui mercati internazionali: l’industria informatica, l’industria chimica, l’aeronautica civile, le telecomunicazioni, la metalmeccanica high tech.  L’entrata nella moneta unica europea ha aggravato questa dinamica, eliminando la possibilità di compensare il divario di competitività tramite svalutazioni competitive e aiuti di Stato alle imprese.

 
 

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Parallelamente, il declino dei salari reali ha indebolito ulteriormente la domanda interna. Così siamo arrivati, alla fine degli anni Novanta, ad avere un’economia trainata da due soli fattori propulsivi: l’export (nei settori del c.d. “made in Italy”, nei quali grazie ai distretti industriali siamo rimasti competitivi) e l’edilizia. Come era già successo negli anni Cinquanta, le costruzioni si sono trovate di nuovo a svolgere un ruolo di traino dell’economia e di attrazione dei capitali, a causa della mancanza di una grande industria nazionale in grado di svolgere questo ruolo. Ovviamente possiamo interpretare questa dinamica anche da una prospettiva opposta: la possibilità di realizzare rendite grazie all’espansione edilizia ha distolto ulteriormente i capitali dall’industria in senso stretto, dato che le costruzioni offrivano dei rendimenti maggiori.

Fatto questa necessaria premessa, possiamo individuare tre grandi fattori alla base del recente boom edilizio:

– Incremento demografico e fenomeni migratori

– Riduzione dei tassi di sconto

– Crescita della spesa per opere pubbliche

 

I “PRESUPPOSTI” PER L’ESPANSIONE: CRESCITA DEMOGRAFICA E MIGRAZIONI

L’incremento demografico, o più precisamente il forte aumento del numero delle famiglie/alloggio[3]è stato causato in primo luogo dai forti flussi migratori in entrataCampanelli, 2012).

 

FIGURA3

 

LA “BENZINA” DELL’ESPANSIONE EDILIZIA: MUTUI E CREDITO ALLE COSTRUZIONI

Tassi d’interesse più bassi rispetto al passato sono stati resi possibili dall’entrata dell’Italia nell’Euro, che (almeno prima dei recenti attacchi speculativi) ha prodotto un abbassamento dei premi al rischio sul debito italiano, e quindi un generale abbassamento del costo del credito. Per di più, tra il 2002 e il 2005 la Banca Centrale Europea ha mantenuto i tassi d’interesse di riferimento[5] su livelli particolarmente bassi, sull’onda di quanto stava facendo la Federal Reserve in America.

La riduzione dei tassi di sconto ha provocato un incremento della domanda di asset, sia immobiliari sia finanziari, e di conseguenza un aumento della loro produzione e del loro prezzo di mercato. Ciò è accaduto in quasi tutti i paesi industrializzati, producendo bolle speculative nei mercati creditizi e immobiliari di molti paesi. In Italia questa dinamica è stata meno esplosiva rispetto a quanto avvenuto in USA, Irlanda, Spagna e Inghilterra, per via di un minore utilizzo di strumenti finanziari complessi. Tali strumenti, nei paesi in cui sono stati utilizzati maggiormente, hanno permesso al sistema finanziario di assecondare in modo sostanzialmente illimitato la domanda di credito per l’acquisto di immobili e attivi finanziari. Tuttavia è innegabile che, anche nel nostro paese, tassi d’interesse più bassi rispetto al passato abbiano giocato un ruolo importante nell’alimentare la fase espansiva del ciclo edilizio.

Dal lato dell’offerta, la riduzione dei tassi di sconto ha reso più redditizio l’investimento nel settore immobiliare, mentre dal lato della domanda ha reso più favorevoli le condizioni di accesso ai mutui. Secondo i dati della Banca d’Italia, le erogazioni di nuovi finanziamenti per l’acquisto di abitazioni sono cresciute costantemente tra 1998 e 2006, con una crescita media annua del 21,4%, raggiungendo nel 2006 il picco di 66,8 miliardi di Euro erogati nel corso dell’anno. I finanziamenti alle imprese di costruzioni hanno registrato una crescita analoga, anche se meno intensa, culminata nel 2007.

 

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IL RUOLO PRO-CICLICO DELL’INVESTIMENTO PUBBLICO

Anche il mercato delle opere pubbliche ha fornito un contributo significativo alla fase espansiva che stiamo descrivendo. Gli investimenti in opere del genio civile sono aumentati costantemente tra il 1995 e il 2005, con un tasso di crescita medio annuo del 5% circa, per poi declinare negli anni successivi. I bandi di gara per l’esecuzione di opere pubbliche, in termini di importi totali a base d’asta, hanno registrato una forte crescita durante i primi anni Duemila, che ha portato al picco storico del 2004, per poi declinare velocemente a partire dal 2005, e assestarsi (per ora) su livelli più bassi. Il numero di bandi per opere pubbliche ha invece imboccato un trend decrescente da quasi quindici anni, come conseguenza della scelta, da parte dell’autorità pubblica, di concentrare le risorse disponibili sulle grandi opere (Tascedda, 2012).

 

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MESCOLARE GLI INGREDIENTI….

La combinazione dei fattori appena descritti ha reso possibile una crescita senza precedenti nel settore costruzioni italiano, culminata nel picco degli investimenti, delle compravendite e dei prezzi di metà anni Duemila (figura 7). Durante tale periodo, la produzione edilizia è aumentata del 24%, le compravendite immobiliari sono aumentate del 63%, mentre i prezzi medi, secondo le stime del CRESME, sono aumentati del 48%[6].

 

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QUALCHE RIFLESSIONE CONCLUSIVA

L’andamento “boom & bust” del settore costruzioni italiano pone delle questioni importanti. L’espansione di fine anni Novanta e dei primi anni Duemila è stata caratterizzata da insufficiente regolamentazione e coordinamento da parte dell’autorità pubblica. Il sistema di ripartizione della rendita fondiaria ha creato incentivi perversi, che hanno portato il sistema a indirizzarsi verso il consumo di territorio, impedendo un miglioramento qualitativo della progettazione e della realizzazione di manufatti edilizi (nonostante nello stesso tempo la qualità dei materiali da costruzione e degli impianti abbia conseguito degli importanti miglioramenti dovuti all’innovazione tecnologica e all’accresciuta concorrenza) e soprattutto provocando un complessivo peggioramento dal punto di vista dell’urbanistica e della vivibilità delle città.

Sono state create delle nuove aree intensamente urbanizzate, intorno ai più importanti centri urbani, nelle quali i servizi ai cittadini sono quanto meno carenti (si pensi ad esempio all’interland romano) e la mobilità costosa e difficoltosa (oltre che insostenibile dal punto di vista ambientale ed ecologico). In questo modo è stata peggiorata la condizione di numerose famiglie, spesso espulse dalle zone centrali per via dell’aumento dei prezzi. Oggi è necessaria un’inversione di rotta. La crisi del settore e la fine della fase espansiva possono rappresentare un punto di svolta, per dirottare gli investimenti dalla nuova produzione edilizia alla riqualificazione del patrimonio esistente e delle aree urbane.

Gli interventi necessari (riqualificazione delle aree urbane, piani per delocalizzare le attività produttive, creazione di sistemi di mobilità pubblica sostenibile) sono tali da richiedere un ruolo attivo del settore pubblico, sia nell’investimento diretto di risorse pubbliche sia (soprattutto) nell’indirizzare i capitali privati tramite forme di pianificazione, programmazione e regolamentazione, che sono mancate negli anni del boom.

 
 


[1] Alla quale ho dedicato un precedente intervento: “Le costruzioni in Italia tra crisi e trasformazione”

[2] GALLINO L. (2003), “La scomparsa dell’Italia industriale”, Einaudi, Torino


[3]
La famiglia/alloggio è definita come gruppo di individui stabilmente residenti nella stessa abitazione.

[4] Si veda Banca d’Italia (2009) per un’analisi econometrica dell’impatto della pressione demografica dovuta all’immigrazione sul mercato immobiliare, ed in particolare sui prezzi delle abitazioni.

[5] Ci si riferisce in particolare al tasso di partecipazione alle operazioni di rifinanziamento principali, che indica le condizioni alle quali la Banca Centrale è disposta a effettuare transazioni con il mercato.

[6] In Italia non esiste per ora una fonte ufficiale per i prezzi medi delle abitazioni a livello aggregato. Le stime più accreditate sono quelle dell’OMI-Agenzia del Territorio, del CRESME, del Consulente Immobiliare, di Nomisma oltre a quelle delle varie agenzie immobiliari.

Le costruzioni in Italia tra crisi e trasformazione

Il settore costruzioni italiano non sta attraversando soltanto una crisi da sovra-produzione, ma risulta a ben vedere investito da un vero e proprio cambiamento strutturale. I comparti “tradizionali”, quelli che hanno trainato il settore fino ad oggi (nuova produzione residenziale in primis) sono destinati ad un ridimensionamento strutturale, mentre nuovi fattori propulsivi stanno emergendo, legati all’energy technology, alla riqualificazione del patrimonio esistente, alle innovazioni di prodotto, all’integrazione tra costruzioni e servizi. C’è la potenzialità per aprire un nuovo ciclo improntato ad una maggiore sostenibilità, ma che ciò accada davvero è tutt’altro che scontato.

 

LA CRISI

Il settore costruzioni italiano è in fase di recessione da ormai sei anni, e le prospettive per il prossimo biennio sono in continuo peggioramento. Sono venuti a mancare tutti i fattori che avevano trainato l’edilizia durante il boom dei primi anni Duemila: crescita demografica, disponibilità di credito, redditività dell’investimento immobiliare, spesa per opere pubbliche. Si aggiunga a questo il fatto che durante la fase di boom, come di consueto, si è costruito troppo, provocando una significativa crescita dell’invenduto. Tra 1997 e 2007 nel nostro paese sono stati realizzati 1,1 miliardi di metri cubi di nuova edilizia residenziale. Il numero di abitazioni invendute è passato dalle 40 mila di fine 2008 ad un numero compreso tra 250 e 300 mila a fine 2011 (stime CRESME).

Così, sono crollati quelli che erano stati i due motori dell’edilizia nel decennio tra il 1996 e il 2006: la costruzione di nuove abitazioni residenziali e la spesa per opere pubbliche. In questo contesto si è andata ad inserire la crisi finanziaria globale, che bloccando il flusso del credito ha trasformato il rallentamento dell’attività, iniziato nel 2006, in un crollo a picco di cui oggi non riusciamo a prevedere la fine.

LA RICONFIGURAZIONE DEL MERCATO

Se ci si ferma a questo quadro generale, però, non si capisce quello che realmente sta accadendo nel settore costruzioni italiano. Lo scenario generale di crisi, infatti, nasconde delle dinamiche molto differenziate tra settori, comparti, attori e territori. Tali dinamiche rivelano che il settore delle costruzioni stavolta non ha subito soltanto una contrazione, ma anche una vera e propria riconfigurazione, un cambiamento di struttura. Un nuovo ciclo, a ben vedere, è già iniziato ma i suoi fattori propulsivi non sono gli stessi di prima, e in parte sono cambiati anche gli attori in campo. I settori “tradizionali” (nuove abitazioni, sola esecuzione di opere pubbliche) sono destinati ad un ridimensionamento strutturale, mentre nuovi fattori propulsivi stanno emergendo, legati all’energy technology, alla riqualificazione del patrimonio esistente, al facility management pubblico, alle innovazioni di prodotto.

L’esempio più eclatante è quello degli impianti per le Fonti Energetiche Rinnovabili (FER). In Italia nel biennio 2010-11 c’è stato un vero e proprio boom del fotovoltaico (anche se non tutti sembrano essersene ancora accorti). Nel 2011 l’Italia è il paese che ha registrato la maggior crescita della capacità installata, diventando il secondo paese al mondo (dopo la Germania) per potenza totale installata. Secondo le stime preliminari realizzate dal CRESME, ciò ha comportato un investimento di oltre 60 miliardi di Euro nel biennio 2010-11. Nel nuovo assetto del settore costruzioni questo mercato, che pochi anni fa non esisteva nemmeno (e che ancora non è neanche contabilizzato nei dati ufficiali sulla produzione del settore), è già diventato più grande di tutta la nuova produzione edilizia residenziale (51 miliardi di Euro nello stesso biennio).

Poi c’è il motore della riqualificazione. Se il nostro paese vuole sopravvivere alla crisi energetica, non può non intervenire in modo importante sul patrimonio immobiliare, che oggi è un “colabrodo” dell’energia, responsabile di un terzo dei consumi complessivi del paese. In aggiunta – e non meno importante – è anche il problema del dissesto idro-geologico a rendere necessario un forte investimento nella riqualificazione del patrimonio edilizio. La vulnerabilità del nostro paese ad eventi sismici ed idrogeologici è elevata, e la quota di popolazione a rischio è molto alta. Per ora il settore della riqualificazione sta soffrendo la crisi, ma in misura minore rispetto alla nuova produzione edilizia. Molto, nei prossimi anni, dipenderà dalla capacità delle politiche pubbliche di creare un sistema di incentivi capace di accelerare il processo di riqualificazione. Si tratta di un’esigenza impellente, perché quelli che sono stati fino ad oggi i ritmi fisiologici di trasformazione del parco immobili non appaiono in alcun modo sufficienti a rispondere in maniera adeguata alle sfide poste dal cambiamento climatico, dall’esauribilità delle risorse, e dai costi (ambientali, finanziari e geopolitici) non più sostenibili delle fonti fossili.

Inoltre c’è da analizzare la partita degli appalti pubblici. Oggi il mercato della sola esecuzione sta sparendo. Lo Stato chiede alle imprese di progettare, costruire e gestire le opere pubbliche, spesso anche di co-finanziarle. La domanda pubblica si sta trasformando da domanda di lavori a domanda di servizi. Un esempio: la gestione dei patrimoni immobiliari delle Pubbliche Amministrazioni. Con le politiche di dismissione che si sono rivelate fallimentari, ci sarebbe ampio spazio per progettare dei programmi di gestione innovativa dei patrimoni pubblici, utilizzando gli strumenti gestionali più avanzati. Anche in questo caso, molto dipenderà dalla capacità, soprattutto del settore pubblico, di assumere un’ottica di medio-lungo periodo, e di utilizzare i cosiddetti nuovi mercati (Partenariato Pubblico Privato e Facility Management) non in un’ottica di privatizzazione e di taglio dei bilanci e dei servizi, ma in un’ottica di valorizzazione e razionalizzazione dei patrimoni e dei servizi pubblici, e di indirizzamento degli attori privati verso obiettivi di benessere collettivo.

LA TRASFORMAZIONE IN ATTO E QUELLA POSSIBILE: STAVOLTA È DIVERSO?

Se andiamo a rileggere articoli, relazioni e ricerche, ci accorgiamo che non è certo una novità che dopo una crisi da sovra-produzione si “gridi” da più parti alla trasformazione del settore in senso di una maggiore sostenibilità e al nuovo ruolo della riqualificazione. E’ già successo durante la crisi degli anni Settanta e dopo quella dei primi anni Ottanta. Alcuni cambiamenti sono effettivamente arrivati, ma solo per poi ritrovarci nei primi anni Duemila a commentare un boom delle costruzioni che, per i suoi caratteri prevalenti e per la mancanza di controllo sull’espansione, ricordava quasi quello degli anni Cinquanta. Forse stavolta potrebbe essere diverso, perché più radicale è il cambiamento di contesto che stiamo attraversando.

Il contesto, in effetti, è cambiato, anche solo rispetto a cinque anni fa. Da tutti i punti di vista: economico, finanziario, geopolitico, ecologico, energetico e sociale. Siamo in un nuovo mondo. Il settore costruzioni non può non essere interessato da questi cambiamenti. La crisi sta già imponendo una drastica ristrutturazione del settore. Con effetti drammatici soprattutto sui lavoratori e sulle medie e piccole imprese, come sempre accade nelle fasi di ristrutturazione. Ma la crisi è anche un’opportunità che, se interpretata bene dagli attori del settore, potrebbe portare il nuovo ciclo ad essere davvero più sostenibile.

Oggi non siamo più in una fase in cui la plusvalenza immobiliare è assicurata, indipendentemente da cosa e come si è costruito. Diventano molto più importanti la qualità e la rispondenza ai bisogni della domanda. In tal senso, la fase attuale, pur nella sua durezza e drammaticità, potrebbe realmente rappresentare un punto di svolta verso una configurazione più sostenibile del settore, non più incentrata su consumo di territorio e plusvalenze sulle aree. Resta da capire quanto gli attori del settore, pubblici e privati, dal lato della domanda e dal lato dell’offerta, siano disposti (e capaci) a cambiare dei modelli di comportamento piuttosto radicati, che li hanno serviti bene fino a ieri. Si tratta ad esempio di quelle modalità di interazione tra pubblico e privato, tipiche delle fasi espansive, incentrate sulle rendita fondiaria e sulla ripartizione di questa tra i costruttori/promotori immobiliari (spesso in Italia le due figure coincidono) e le amministrazione pubbliche. Modelli di comportamento che, a sei anni dalla fine della fase di espansione edilizia, non accennano a perdere la loro pervasività, se non in pochissimi casi, lodevoli ma legati a dimensioni territoriali molto ristrette. Come constatato da Keynes durante una crisi che per molti versi assomigliava a questa, “La difficoltà non è tanto nello sviluppo di nuove idee, ma nell’abbandono di quelle vecchie”.

(NOTA: questo articolo è stato pubblicato sul portale Edilbox il 6 giugno 2012)